Introduzione

La piccola "Ninise" la grande Annie Ernaux.


Ha un viso angelico incorniciato da capelli biondi Annie bambina nelle immagini pubblicate da Gallimard in testa al volume Écrire la vie[1]. Gli occhi guardano docili l’obiettivo, e accanto a lei ora la madre, che le appoggia la mano sulla spalla, ora il padre, che le stringe le esili dita. 

Annie e su padreL’infanzia è felice a Yvetot, paesino della campagna normanna fra Rouen e Le Havre. Annie Ernaux lo racconta trent’anni più tardi in Les armoires vides[2], il suo primo romanzo, il più violento[3] come lei stessa dichiara, attraverso la voce di Denise, suo alter ego, che affettuosamente tutti chiamano “Ninise”.

“Domeniche primaverili, biancheria che si asciuga stesa al sole, galline che cantano perché hanno fatto l’uovo (…) io ero domenica dalla testa ai piedi, mi ci sentivo nel vestito da non sporcare, nella bocca gonfia di crema e di ostie immaginarie. Adoravo tutto, le sardine sott’olio, le visite ai poveretti, ai crebacks, agli arabi di cui mia madre andava pazza. Mi piaceva tutto.”[4]

Tutte le immagini pubblicate in questa introduzione sono tratte dall'antologia Écrire la vie.

Qualche anno dopo, alle soglie dell’adolescenza, di nuovo in una foto accanto al padre, ma un po’ scostata. Una giacchetta portata goffamente, i capelli vaporosi per la permanente di cui è pentita, gli occhialetti tondi e la postura esitante di chi non è né carne né pesce. Il seno non vuole saperne di spuntare, mentre le compagne, quelle delle ultime classi, più formose di lei, hanno già le mestruazioni. Inoltre sanno comportarsi, parlano correttamente e sono additate dalle insegnanti a esempio. Lei, invece, figlia di ex operai ora commercianti, infila residui di dialetto nelle frasi, ignora il bon ton, viene ripresa in continuazione.

                Biarritz, 1952             

Classe sesta, 1952-3“.... «Fuori, le sembra questo il modo di entrare?» Esco di nuovo, questa volta non faccio più l’inchino, le compagne ridono. Non so più quante volte mi fa entrare e uscire. Le passavo davanti senza capirci più nulla. Alla fine si è alzata in piedi e a bocca stretta ha detto: «Questo non è mica un porto di mare! Ci si scusa con chi è più importante di noi quando si è in ritardo! E lei, signorina, lo è sempre, del resto!». La classe scoppia a ridere.”[5]

Classe sesta, Pensionato di Saint-Michael, Yvetot

Non voleva andarci in quella scuola privata dove i genitori l’hanno iscritta pensando a un futuro migliore per lei. Quel luogo che, dopo averla messa faccia a faccia con l’onta e l’umiliazione, si rivelerà una tappa così decisiva per il suo destino di donna e di scrittrice. Ma a che prezzo.

“La scuola, parola arancione che somiglia alla chiesa, papà ne parla allo stesso modo.”[6]

“L’avevo capito subito che lì non era come a casa mia, che la maestra non parlava come i miei genitori…”. (…) Lei dunque non sa che… Sappia che… saprà certamente che... Si prendevano gioco di me e della mia famiglia. L’umiliazione...[7]

Saranno anni difficili, Ninise/Annie si troverà a metà fra due mondi opposti e inconciliabili. Da un lato il suo universo di bambina, i genitori, la sua stessa casa, tre camere limitrofe al negozio e al bar che amava, le clienti, “quelle che venivano a fare la spesa in grembiule, che piantavano le cinque dita nel camembert per vedere se era stagionato al punto giusto”[8] e a cui lei, fino a sette-otto anni, si sentiva simile. Dall’altro la scuola privata cattolica, della cui eccellenza e perfezione si sentirà sempre indegna, come racconta anche in La honte[9], un’analisi quasi chirurgica delle situazioni e degli episodi che, dall’estate del 1952 in poi - momento in cui risale la prima prova dell’indegnità sociale dei suoi genitori -, hanno costituito per lei motivo di vergogna mettendo in discussione tutto il suo mondo di bambina[10].

“Tutto nella nostra esistenza è diventato un segno di vergogna. Il pisciatoio in cortile, la camera in comune – in cui, secondo un’usanza diffusa nel nostro ambiente e dovuta alla mancanza di spazio, io dormivo con i miei genitori -, gli schiaffi e le parolacce di mia madre, i clienti ubriachi e le famiglie che compravano a rate.”[11]

Da allora la protagonista sarà costantemente assillata dal senso di inferiorità, vessata da un confronto perpetuo con gli altri, in una osservazione costante e ossessiva delle differenze.

“La scuola e la casa, papà che si mangia la minestra con la testa incassata nelle spalle, facendo rumore, e la maestra, le maestre, fiere e cordiali, la finta familiarità subito ritrattata, le bambine con i loro abitini a nido d’ape e le amichette del quartiere con le mutande sporche e sfilacciate sotto gonnelle che pendevano.”[12]

L’inferno sono gli altri: la profezia di Sartre risuona più vera che mai dentro l’Eden svuotato degli dei dell’infanzia che la giovane donna non riesce più a guardare con gli occhi di quella “bambina che cerca il massimo del piacere e della felicità senza preoccuparsi dell’effetto prodotto sugli altri”[13], bensì, “con lo sguardo della scuola privata”[14] prima, e del mondo borghese, dei “dominanti”[15] poi. Il processo di auto-individuazione, lungo e doloroso, deve necessariamente passare dall’uccisione pur simbolica del padre e della madre. Denise/Annie, che si vergognerà dei genitori fino a detestarli, rinnegherà le sue origini con violenza, farà piazza pulita di sentimenti e legami. Lo studio, e la letteratura in particolare, saranno insieme strumento per tagliare il cordone ombelicale e viatico per andare lontano.

Nel frattempo la crisalide è diventata farfalla. Capelli lisci e lunghi, vitino da vespa, portamento elegante e sguardo fiero, quello della sfida, Denise si è impegnata, ha studiato, è diventata una delle allieve migliori, e ora le insegnanti la rispettano. La testa piena di sogni e di letture e l’animo ribelle di chi ha subito e si è riscattato, la protagonista incarna il desiderio di rivalsa degli umiliati quando acquisiscono coscienza del loro valore. D’ora in poi tutto il contrario, in barba all’educazione, alle regole, ai valori inculcati dalla famiglia e dalla scuola (“Ho cominciato a disprezzare le convenzioni sociali, le pratiche religiose, il denaro.”[16]). Sarà una reazione fortissima, soprattutto contro chi vuole tarparle le ali. La madre timorata di Dio, ma anche il pensionato di Saint-Michael, tempio dei divieti, con l’ onnipresente messale[17] o il manualetto Comment on devienne femme, lettura obbligatoria per tutte le ragazze il quale, in nome della purezza e della virtù, castra il desiderio sul nascere.[18]

Ora ha tutte le carte in regola. Non è solo bella di una bellezza da attrice, ma è colta, intelligente, sensibile. E guarda ben più lontano di tutte le sue compagne. Sarà l’esplorazione del corpo, il piacere di abbandonarsi al contatto fisico, la sperimentazione del potere che la bellezza può rappresentare per una donna. Il desiderio, luogo privilegiato della sovversione, favorirà anche una riformulazione dell’identità di Annie. Sensuale e provocatrice, le prime esperienze con il “continente nero[19], seppur insignificanti a livello sentimentale, si riveleranno fondamentali per il raggiungimento della consapevolezza di sè come donna. Quello in cui la madre Blanche sperava, “una figlia che non prendesse come lei la strada della fabbrica, che potesse dire merda a tutti, avesse una vita libera (…)”[20], si avvererà.

“Chi diventerò? Qualcuno. Proprio così. È mia madre che lo dice.”[21]

La piccola Ninise, “transfuge de classe[22], col suo bagaglio di letture, sogni, contraddizioni, una bellezza e un talento straordinari e un’ambizione inarrestabile, diventerà la grande Annie Ernaux.


Opere consultate

I testi di Annie Ernaux elencati di seguito sono indicati nell’edizione consultata per questo studio[23].

  • Gli armadi vuoti, traduzione di Romana Petri, Rizzoli, Milano 1996.
  • Ce qu'ils disent ou rien, Gallimard, Folio, Paris 1977.
  • La femme gelée, Gallimard, Paris 1981, in Écrire la vie, pp. 323-433
  • Il posto, traduzione di Lorenzo Flabbi L’orma editore, Roma 2014.
  • Una vita di donna, traduzione di Leonella Prato Caruso, Ugo Guanda Editore, Parma 1988.
  • Passione semplice, traduzione di Idolina Landolfi, Prima edizione BUR Narrativa, Milano 2004.
  • Diario dalla periferia, traduzione di Romana Petri, Rizzoli, Milano 1994.
  • «Non sono più uscita dalla mia notte», traduzione di Orietta Orel, Rizzoli, Milano 1998.
  • L’onta, traduzione di Orietta Orel, Rizzoli, Milano 1999.
  • L'événement, Gallimard, Paris 2000, in Écrire la vie, pp. 269-321.
  • La vie extérieure, Gallimard, Folio, Paris 2000.
  • Se perdre, Gallimard, Paris 2000, in  Écrire la vie, pp.  697-875.
  • L’occupation, Gallimard, Folio, Paris 2000.
  • L’usage de la photo, con Marc Marie, Gallimard, Folio, Paris 2005.
  • Les années, Gallimard, Paris 2008, in Écrire la vie, pp 925-1085.
  • L ‘autre fille, NiL éditions, Paris 2011.
  • L’atelier noir, Éditions des Busclats, Paris 2011.
  • Écrire La vie, Gallimard, Paris 2011.
  • L’écriture comme un couteau, Gallimard, Folio, Paris 2011.
  • Retour à Yvetot, Éditions du Mauconduit, Paris 2013.
  • Regarde les lumières mon amour, Seuil, Paris 2014.
                                                                




Capitolo 1

Una questione di “forma”[24]


                                                                                                                               opere di Francesco Bartolucci http://www.bartolucci.com

1.1. Autofiction, autobiografia o…?

Secondo Isabelle Grell, co-direttrice del sito http://auto fiction.org creato una decina di anni fa allo scopo di approfondire lo studio della pratica letteraria dell’autofiction, diffusissima in Francia,

“(l’autofiction) è un racconto connotato da uno stile, socialmente riconoscibile e impegnato, interamente riconosciuto da un IO che è l'autore. Racconto, per evitare il termine del romanzo o di autobiografia, connotato da uno stile, perché è proprio lo stile, la sottile musica poetica che ogni autore percepisce quando scrive, che distingue l'autofiction dall'autobiografia classica, che si inscrive piuttosto nella cronaca di una vita. Socialmente riconoscibile e impegnato, perché in una autofiction non viene riportato il racconto di tutta la vita del protagonista, ma solo di una parte, che è «in situazione», se si vuole riprendere l'espressione di Sartre. Infine, interamente riconosciuto da un IO, poiché lo scrittore porta lo stesso nome del narratore e ne assume la responsabilità fino a doversi difendere davanti alla legge (…), o a dover mettere a rischio la propria vita (…).”[25]

La differenza con l’autobiografia consisterebbe nel fatto che quest’ultima

“per quanto possa essere scritta in modo straordinario, viene redatta, nella maggior parte dei casi, in maniera teleologica. Un determinato Essere scrive la sua vita, nella sua totalità e non per sezioni - non parlo di sezioni di vita cronologiche, i memorialisti redigono spesso le memorie in più tomi, per fasce di età o di periodi storici  ma di sezioni di vita separate, strappate alla vita vista come un intero. Nell'autofiction, l'autore estrae un filo dal tessuto che è la sua vita e, più che tagliarlo, lo segue, lo taglia, lo riattacca, lo sfilaccia, lo riannoda. Non tenta di mostrare al lettore, attraverso il racconto, un cappotto fatto del tempo passato, un abito che veste tutta la persona. L'autore di autofiction mostra allo sguardo di chi lo tiene tra le mani sotto forma di libro, soltanto un quadro generale, volontariamente, e non solo inconsciamente, alleggerito, consapevole del fatto che non potrà dire tutto di se stesso, poiché c'è stato di mezzo Freud, e poiché non arde dal desiderio di raccontarsi tutto, di raccontare tutto di sé, o, semplicemente, di raccontare tutto. L'autore di autofiction è un cacciatore. Di se stesso, ma anche - e questo vale soprattutto nei casi migliori - un cacciatore dell'altro, che lo fa esistere”.[26]

Poco più avanti, in un elenco di autori francesi fra i più significativi nell’ambito dell’autofiction (Serge Doubrovsky, Hervé Guibert, Camille Laurens, Philippe Forest, Chloé Delaume, Dustan, Claire Legendre e Thomas Clerc, Monika Sabolo, Catherine Millet, Hubert Lucot, Matzneff, Violette Leduc, Angot, Emmanuel Carrère, Catherine Cusset, Pajak), Grell menziona anche Annie Ernaux, precisando:

“anche se lei lo nega: la sua «socio-biografia», come lei la definisce, è una sorta di autofiction caratterizzata dalla divisione in parti, dallo sfilacciamento del tempo raccontato”[27].

Ebbene, pensando alla produzione di Ernaux dal primo romanzo Gli armadi vuoti alle ultime prove, con le dovute differenze e puntualizzazioni, effettivamente parrebbe così: si tratta infatti di testi nei quali la scrittrice ci offre segmenti della sua vita, esperienze o relazioni particolari (familiari o amorose che siano), rielaborandole da un’opera all’altra, riannodandole a ciò che precede e a ciò che segue.

Non sempre si tratta di semplici racconti parziali di sè e della propria esistenza tuttavia (si veda in calce a questo capitolo un tentativo di catalogazione delle opere di Annie Ernaux), bensì, di volta in volta, di forme più complesse (romanzi), semplici (lettera), diaristiche (Ernaux ha pubblicato diari personali e diari di osservazione della realtà esterna), testi biografici (i libri dedicati al padre o alla madre), «autobiografia transpersonale» ecc., a seconda della poetica che ciascuna opera racchiude in sé e che “si deve trovare”, come diceva Flaubert in una lettera a Louise Colet[29] citata dall’autrice in L’écriture comme un couteau[30] e così commentata:

“È questo che devo cercare, che mi occupa talvolta per molto tempo, e che definirei come il compromesso fra, da una parte un desiderio e un progetto, dall’altra delle tecniche possibili di invenzione (questo termine inteso ovviamente nel suo senso di costruzione e di fabbricazione, non di immaginazione).”[31]

Inscrivere una produzione così eterogenea dal punto di vista formale nell'ambito dell' "autofiction" sembra dunque riduttivo, o quanto meno avventato.

Che rispetto allo stile dell’autobiografia classica i testi di Annie Ernaux siano connotati da quella “sottile musica poetica che ogni autore percepisce quando scrive”, per riprendere le parole di Grell, nessun dubbio su questo punto: ma quanti sono gli scrittori che, nel redigere un’opera autobiografica, hanno volutamente deragliato rispetto ai binari dello stile cronachistico in cerca di una maggiore originalità, di un gusto più narrativo, di una voce più poetica?[32]

Che si tratti poi di testi “socialmente riconoscibili e impegnati” in cui viene offerto un momento o un aspetto della vita e non l’intera esistenza dello scrittore in quella prospettiva teleologica tipica dell’autobiografia, anche questo è vero, ma la parzialità tematica o la demarcazione temporale delle opere di Ernaux, per la maggior parte circoscritte a un determinato avvenimento o a una determinata relazione o situazione, è giustificato fra l'altro dal fatto che l’autrice predilige forme brevi,[33] dettate ogni volta dagli imprevisti della vita,[34] nelle quali in tutti i casi si sforza di rimanere più aderente possibile alla realtà, come ha più volte occasione di dimostrare anche in corso d’opera, perennemente preoccupata di chiarire le ragioni e le condizioni della sua scrittura.[35]

La coincidenza fra l’identità della narratrice/autrice e della protagonista, inoltre, rigorosamente rispettata in ogni libro (il fatto che nei primi tre romanzi[36] vi sia una ambiguità dovuta al nome fittizio scelto per i soggetti principali non toglie l’evidenza di una totale aderenza fra essi ed Ernaux), è una conditio contemplata anche nel “patto autobiografico” di Philippe Lejeune[37], e non, dunque, prerogativa esclusiva dell’autofiction.

In questa intensa trama che vede riproporsi temi, luoghi e personaggi del suo vissuto, non vi è intenzione didascalica né paradigmatica, - Ernaux stessa lo afferma in numerose occasioni -, come pure nessuna volontà di focalizzarsi su se stessa, in particolare sulla storia della propria personalità tipica invece dell’autobiografia sempre secondo Lejeune:

“(l’autobiografia è) il racconto retrospettivo (…) che una persona reale fa della propria esistenza allorquando essa mette l’accento principale sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità.”[38]

Nella bella introduzione al volume Écrire la vie, Ernaux specifica:

“Non la mia vita, la propria vita, e nemmeno una vita. La vita, con i suoi contenuti che sono gli stessi per tutti, ma che si provano in maniera individuale: il corpo, l’educazione, l’appartenenza e la condizione sessuale, la traiettoria sociale, l’esistenza degli altri, la malattia, il lutto. Soprattutto quella vita che il tempo e la Storia continuano a modificare, distruggere, rinnovare. Non ho mai cercato di scrivere di me, di fare della mia vita un’opera: mi sono servita di essa, degli avvenimenti, generalmente ordinari, che l’hanno attraversata, delle situazioni e sensazioni che mi è stato dato di conoscere, come di una materia da esplorare, per cogliere e riportare alla luce qualcosa che appartenga a una verità sensibile. Ho sempre scritto di quello che accade dentro di me ma anche fuori di me, l’ «io» che circola di libro in libro non è assegnabile a un’identità fissa e la sua voce è attraversata da altre voci, familiari, sociali, che abitano in noi (…). Scrivere la vita tenendosi più possibile vicini alla realtà, senza inventare né trasfigurare, significa inscriverla in una forma, in frasi, in parole.”[39]

Riflettendo sul significato di questa antologia, che raccoglie 40 anni di lavoro, la scrittrice ridefinisce dunque retrospettivamente la traiettoria che dal suo primo libro l’ha portata fino a Les années[40], ribadendo le intenzioni e il senso della sua lunga impresa letteraria, che parrebbe dunque escludere sia l’autobiografia così come la intende Lejeune (Non ho mai cercato di scrivere di me, di fare della mia vita un’opera), sia l’autofiction - nonostante le effettive sovrapponibilità con alcune osservazioni di Grell -, in altre parole il romanzo, nel quale l’invenzione e la finzione, che lei nega (senza inventare né trasfigurare), hanno un ruolo tutt’altro che secondario.

I cardini su cui si basa l’impresa ernausiana potrebbero essere così schematizzati:

-servirsi dell’esperienza individuale, del proprio sguardo sul mondo e della propria sensibilità, per indagare la vita in generale, la vita di tutti;

-esplorare, dunque farsi sì “cacciatrice” secondo la definizione di Grell, ma non tanto di se stessa e della propria persona, quanto di una verità sensibile da inscrivere in una forma, in frasi, in parole;

-utilizzare un “je”, un “io” che sia “transpersonale”, nel tentativo di tracciare, attraverso la messa in forma della vicenda individuale, dinamiche e meccanismi generali e riconoscibili;

-non scrivere nulla che non sia vero, escludendo perciò ogni tipo di finzione e di autofiction.


1.2. Dal romanzo all’ “autosociobiografia”: apologia di un neologismo.

In un’intervista del 2005[41], alla domanda “Lei si riconosce dentro l’attuale corrente dell’autofiction”  Ernaux risponde:

“Molti libri di autofiction non mi interessano. Sembrano una variante di un genere piuttosto vecchio, ovvero il romanzo psicologico. La cosa più drammatica è che si ha l’impressione di averli letti cento volte (…). Negli anni 80 la parola «autobiografia» era diventata infamante, era meglio parlare di auto fiction. Faceva più chic. Il dibattito sull’autofiction non mi appassiona. Non capisco questa specie di furore attuale.”[42]

Più tardi, in un’altra intervista[43]:

“Io non c’entro niente con l’autofiction. Lasciatemelo dire, insomma! Nell’autofiction c’è parecchia finzione, appunto. E per l’appunto non è cosa che mi riguarda. Non mi interessa! La letteratura è interessante in ciò che rivela al mondo. Né la parola «auto» né la parola «finzione» mi interessano. Alla fine, preferisco mantenere il termine «autobiografia», benché mi risulti difficile usarlo.”[44a]

La difficoltà nell'accogliere il termine  sta nel fatto che esso è sempre associato all'azione del parlare esclusivamente di sè e della propria vita ("Ce qui me gêne dans le terme «autobiographique» c’est qu’on a toujours l’impression au sens strict qu’on ne va parler que de soi et de sa vie", dirà in un'ennesima intervista".[44b]

Ma vediamo allora come la scrittrice giustifica l’etichetta di “romanzo” sulla copertina delle prime tre opere[45] pubblicate da Gallimard:

“Ma anche per me si trattava di romanzi, nessun dubbio a riguardo! (…). Romanzi nelle loro intenzioni, nella loro struttura, ma non delle «autofictions».”[46]

Cosa intende allora Ernaux per “romanzo”?

“Nella parola romanzo io mettevo letteratura. La letteratura, in quel periodo, è rappresentata per me esclusivamente dal romanzo, che presuppone una trasfigurazione della realtà. Questa idea di trasfigurare la realtà, dunque di «fare della letteratura», ai miei occhi contava molto più che la possibilità offerta dalla finzione di proteggersi, di mascherarsi dicendo «ho inventato tutto».”[47]

Cominciando a scrivere, dunque, Ernaux si conforma ai modelli dominanti, alla forma letteraria imperante, il romanzo[48]. L’autrice, che non smetterà mai di interrogarsi sulla propria “missione” e sulla definizione della sua voce, del suo stile, a partire dagli anni ‘80 riflette profondamente sulla questione, tentando di chiarire a se stessa e ai lettori il suo progetto di scrittura.

“In quell’epoca, nel 1981, e da qualche anno, mi ponevo parecchie domande sulla scrittura e non confondevo più letteratura e romanzo, letteratura e trasfigurazione del reale. Del resto avevo smesso di definire la letteratura. Nemmeno oggi la definisco, non so che cosa sia.”[49]

Dunque la preoccupazione di fare della letteratura e la convinzione che la letteratura coincida con la forma del romanzo si affievoliscono a partire dagli anni ‘80. È in seguito a questo mutamento, come pure allo studio della sociologia, in particolare dei testi del sociologo Pierre Bourdieu, che il percorso letterario di Ernaux si definisce e chiarisce ulteriormente.

Il 1983 segna una tappa importante in questa lunga riflessione, il cui risultato si concretizza nell’opera La place[50] dedicata al padre morto quando l’autrice aveva 27 anni. Un testo che non solo consacra Ernaux fra i grandi della letteratura francese (tradotto in 25 lingue, vende allora più di 200 mila copie e nel novembre dell’anno successivo vince il Prix Renaudot[51]), ma che indirizza più consapevolmente il suo lavoro, offrendoci nuovi elementi per riflettere sull'annosa questione della forma.

Nel rievocare le immagini del funerale di suo padre, protagonista del libro, Ernaux scrive qualcosa di molto indicativo:

“Sul treno di ritorno, la domenica[52], cercavo di far divertire mio figlio per farlo stare tranquillo, i viaggiatori della prima classe non amano i rumori e i bambini che si agitano. In un istante, con stupore, «adesso sono proprio una borghese», e «è troppo tardi ormai».

“Più tardi, nel corso dell’estate, in attesa del mio primo impiego, «dovrò spiegare tutto questo». Intendevo dire, scrivere su mio padre, la sua vita, e questa distanza che risale all’adolescenza fra me e lui. Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato.”

“In seguito, ho cominciato un romanzo di cui lui era il personaggio principale. Sensazione di disgusto nel bel mezzo della narrazione.”

“Dopo un po’, so che il romanzo è impossibile. Per rendere conto di una vita condizionata dalle ristrettezze, non posso permettermi di prendere il partito dell’arte, né di cercare di fare qualcosa di «appassionante» o «emozionante». Io raccoglierò le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti principali della sua vita, tutti i segni oggettivi di un’esistenza a cui ho preso parte anche io”.[53]

Si tratta di una dichiarazione d’ intenti che esclude volutamente e in maniera molto decisa il “romanesque”: la postura della scrittrice, piuttosto, sembra avvicinarsi d’ora in avanti a quella  dell’etnologo, del sociologo, e la sua opera come “autosociobiografia”, neologismo che, se ha la pretesa di certa scientificità obiettivamente improbabile in ambito letterario[54], d’altra parte meglio di ogni altra etichetta definisce il suo progetto.[55]

Nel testo L’onta[56] del ‘97, in cui parte dal racconto di una violenta lite tra i genitori per raccontare tutti gli episodi di vergogna che l’hanno allontanata, gradualmente, dalle sue radici e dalla sua famiglia, Ernaux riprende le intenzioni esplicitate quindici anni prima, dichiarando la sua volontà di registrare i fatti, di ricostruire le situazioni, i luoghi e il linguaggio con la massima precisione:

“Per riuscire a descrivere la mia realtà di allora non ho altro mezzo sicuro che quello di andare alla ricerca elle leggi e dei riti, delle credenze e dei valori che definivano gli ambienti, la scuola, la famiglia, la provincia, un sistema di cui facevo parte e che dirigeva la mia vita (…). Devo riportare alla luce i diversi linguaggi che mi imprigionavano: le parole della religione, quelle dei miei genitori legate invece ai gesti e alle cose concrete, quelle dei romanzi che leggevo in Le petit Écho de la mode oppure in Les Veillées des chaumières. 

La volontà espressa nel ‘97 è perseguita con coerenza, tanto che sei anni dopo, nel’intervista L’écriture comme un couteau, la scrittrice conferma come scopo del suo progetto non l’esplorazione di sè fine a se stessa, bensì l’individuazione, attraverso l’analisi della sua esperienza particolare, di quelle invarianti universali proprie di ogni individuo: 

"Devo servirmi di quelle parole, di cui talvolta percepisco ancora il peso, l’influsso, per scomporre e ricostruire, intorno all’episodio di quella domenica di giugno, il tessuto verbale dei miei dodici anni, quando avevo creduto di impazzire. Per forza di cose, non posso scrivere un racconto, che creerebbe una realtà invece che ricercarla. Non voglio però accontentarmi neppure di rimuovere e di trascrivere le immagini del ricordo: al contrario, intendo considerarle come dei documenti la cui portata si chiarirà man mano che verranno sottoposti a diversi tipi di analisi. Voglio essere insomma l’etnologa di me stessa.”[57]

E ancora: 

“Io mi considero molto poco un essere unico, nel senso di assolutamente singolare, quanto piuttosto come una somma di esperienze, di determinazioni anche, sociali, storiche, sessuali, linguistiche e in continuo dialogo con il mondo (passato e presente), il tutto a formare, sì, per forza di cose, una soggettività unica. Ma io mi servo della mia soggettività per ritrovare, svelare dei meccanismi o dei fenomeni più generali, collettivi.”[58]

In ultima analisi dunque, pur tenendo conto degli autorevoli pareri degli studiosi che si sono dibattuti sulla questione del genere cercando una collocazione il più possibile precisa dell’opera di Ernaux[59], riteniamo opportuno basarci sulle dichiarazioni di intenti fornite in più occasioni dalla scrittrice. È probabile che Ernaux si prenda qualche libertà nel raccontare i fatti della sua vita cedendo, di tanto in tanto, alle tentazioni della fantasia, tanto più durante quella fase non secondaria della sua scrittura che è la ri-scrittura[60], sede di rimaneggiamenti e perfezionamenti in cui il rigore di tanto in tanto si allenta in nome di una maggiore suggestione; tuttavia, che tutto sia andato come lei lo riporta o meno, considerato il risultato in termini di universalità della sua voce, ci pare davvero un peccato di poco conto[61].

Come Brecht, che “pensava negli altri mentre gli altri pensavano in lui”, anche la scrittrice, e il suo successo nazionale e internazionale lo dimostra[62], ha centrato il suo obiettivo, ovvero “pensare e sentire negli altri, come gli altri – scrittori, ma non solo – hanno pensato e sentito in me”.[63]



1.3.Un’ipotesi di catalogazione delle opere[64]

ROMANZO AUTOBIOGRAFICO

Les armoires vides

Ce qu’ils disent ou rien

La Femme gelée

RACCONTO SOCIO-BIOGRAFICO

La place

Une femme

RACCONTO AUTO-SOCIO-BIOGRAFICO

La honte

L'événement

Passion simple

L’occupation

DIARIO DELLA VITA INTERIORE

«Je ne suis pas sortie de ma nuit»

Se perdre

DIARIO DELLA VITA ESTERIORE

La vie extérieure

Journal du dehors

Regarde les lumièers mon amour

DIARIO FOTOGRAFICO

L’usage de la photo, con Marc Marie

AUTOBIOGRAFIA IMPERSONALE

Les années

LETTERA

L’autre fille

DIARIO DI SCRITTURA

L’atelier noir

CONFERENZA

Retour à Yvetot

INTERVISTA

L'Écriture comme un couteau

Le vrai lieu



note

[1] Le immagini presenti in questa sezione sono tratte da Écrire la vie, Gallimard, Paris 2011, antologia che raccoglie dodici fra i più importanti testi di Annie Ernaux accanto a numerosi articoli pubblicati su giornali e periodici nell’arco di una quarantina d’anni, nonché un centinaio di pagine tratte dai suoi diari e corredate di fotografie personali.

[2]Les armoires vides, Gallimard 1974, qui consultato nella traduzione di Romana Petri Gli armadi vuoti, Rizzoli, Milano 1996.

[3] In Lécriture comme un couteau, Éditions Stock, Paris 2003, qui consultato nell’edizione Gallimard, Folio, Paris 2011, p. 48, Ernaux descrive cosi il suo primo romanzo:

“Un testo che negava i valori letterari, sputava sopra a tutto, avrebbe ferito mia madre. Non era un romanzo gradevole che mi avrebbe valsa la considerazione della provincia in cui vivevo, le congratulazioni della famiglia. Ma dal più profondo del mio essere, sapevo che non avrei potuto scrivere niente altro che quel testo”.

Testo originale: “Un text qui déniait les valeurs littéraires, crachait sur tout, blesserait ma mère. Ce n’était pas un premier roman aimable qui me vaudrait la considération de la province où je vivais, les félicitations de la famille. Mais du plus profond de mon être, je savais que je n’aurai pas pu écrire autre chose que ce texte-là”.

[4] Gli armadi vuoti, op. cit, p. 55

[5] ibid., pp. 71,72

[6] ibid., p. 61

[7] ibid., p. 73

[8] ibid., p. 56

[9] La honte, Gallimard, Paris 1997, qui consultato nella traduzione di Orietta Orel L’onta, Rizzoli, Milano 1999.

[10] Il libro si apre con la scena del padre che, in una domenica di giugno, in seguito a una banale discussione, impugna la roncola per tagliare la legna contro sua moglie.

[11] L’onta, op. cit., pp. 123,4

[11] Gli armadi vuoti, op. cit, p. 91

[13] La femme gelée, Gallimard, Paris 1981, qui consultato nell’antologia “Écrire la vie”, op. cit., p. 340, testo originale: “petite fille qui cherche le plus de plaisir et de bonheur sans se soucier de l’effet produit sur les autres.“

[14] L’onta, op. cit., p. 104

[15] Il termine è mutuato da Pierre Bourdieu, sociologo francese studiato e apprezzato da Ernaux, la quale, in un articolo comparso il 5 febbraio 2002 su Le Monde in occasione della sua morte e successivamente riportato nell’antologia Écrire la vie (op. cit., pp 912/14), gli attribuisce il merito di aver rivelato la realtà dei rapporti fra classi sociali grazie alla chiarezza di un linguaggio privo di eufemismi. Bordieu ha sostituito alla definizione vaga di “ambiente, gente modesta” il termine inequivocabile di “dominati”, e a quello di “strati superiori” quello di “dominanti”.

[16] Une femme, Gallimard, Paris 1987, qui consultato nella traduzione di Leonella Prato Caruso Una vita di donna, Ugo Guanda Editore, Parma 1988, p. 44

[17] Del messale, ad anni di distanza dirà: “Provo un profondo stupore, addirittura un senso di malessere, nello sfogliare questo libro che mi sembra scritto in una lingua esoterica. Riconosco tutte le parole e senza neanche guardare potrei citare il seguito di Agnus Dei o di qualche altra breve preghiera, ma non riesco a riconoscermi in quella ragazzina che a ogni domenica e festa comandata rileggeva con impegno il testo della messa, forse perfino con fervore, considerando probabilmente come un peccato il non farlo. Così come le foto testimoniano senza ombra di dubbio l’aspetto fisico che avevo nel ’52, il messale – la cui conservazione in mezzo a tanti traslochi non è certo dovuta al caso – costituisce la prova inconfutabile dell’universo religioso a cui appartenevo, ma che non riesco più a sentire come mio. (cfr L’onta, op. cit., pp 24,25)

[18] Si leggano le pagina di La femme gelée op. cit., p. 354/6, in cui Ernaux racconta, con amaro sarcasmo, l’educazione ricevuta a casa e a scuola.

[19] L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 93. Ernaux riprende l’espressione di Freud in riferimento all’altro sesso.

[20] La femme gelée, op. cit., p. 343, testo originale: “une fille qui ne prenderait pas comme elle le chemin de l’usine, qui dirait merde à tout le monde, aurait une vie libre (…)”.

[21] ibid., p. 343.

Testo originale: “Ce que je deviendrai? Quelqu’un. Il le faut. Ma mère le dit.”

[22] L’espressione è ancora del sociologo francese Pierre Bourdieu, e si riferisce a chi è passato da una condizione sociale inferiore a una superiore.

[23] Laddove non esiste la versione italiana, le citazioni sono state tradotte dall’autrice. Si ringraziano Raffaella Finato per la collaborazione e la consulenza e Marina Karam per la revisione della traduzione e l’editing.

[24] Il titolo è stato scelto tenendo conto di una dichiarazione di Annie Ernaux, che specifica di preferire il termine “forme” al termine “genere” (L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 53).

[25]I passi riportati sono tratti a un’intervista a Isabelle Grell a cura di Giusi Alessandra Falco (cliccare sul nome per accedere all’intervista).

[26] ibid.

[27] ibid.

[28] Regarde les lumierès mon amour, Seuil, collana Raconter la vie, Paris 2014.

[29] Si tratta precisamente della lettera datata 29 gennaio 1854

[30]L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 127: “«Ciascuna opera porta in sé la sua poetica, che si deve trovare».”

Testo originale: “ «Chaque oeuvre à faire porte sa poétique en soi, qu’il faut trouver»."  (La stessa citazione è riportata anche in L’atelier noir, Editions des Busclats, Paris 2011, p. 11 e p. 116).

[31] ibid., p. 127, testo originale: “C’est ce qu’il me faut chercher, qui m’occupe quelquefois très longtemps, et que je définirais comme l’ajustement entre, d’une part d’un désir et d’un projet, de l’autre des techniques possible de fiction (ce terme étant évidemment pris dans son sens de construction et de fabrication, non d’imagination).”

[32] Ernaux si interroga perennemente sulla questione della forma, e il diario di scrittura L’atelier noir ne è interessante prova. In un passo datato lunedì 8 febbraio 1993, (pp. 100,101), ponendosi il problema di come raccontare di sé nel modo più oggettivo possibile e riflettendo su una modalità di scrittura innovativa, cita Rousseau come possibile modello (“même innovation que Rousseau dans les Confessions?”).

[33] I testi di Ernaux, tranne Les armoires vides, La femme gelée e Les années (Gallimard, Paris 2008), si aggirano tutti intorno al centinaio di pagine.

[34] In L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 146: “Ci sono nel mio percorso diversi testi, generalmente brevi - Une femme, Passion simple, L’occupation – che mi sono stati dettati dall’imprevedibile della vita. Di colpo, non è più il caso di scrivere altro se non questo.” Testo originale: “Il y a dans mon parcours plusieurs textes, généralement courts - Une femme, Passion simple, L’occupation – qui m’ont été dictés par l’imprévisible de la vie. Brusquement, il n’est plus question d’écrire autre chose que cela.”

[35] Sono ricorrenti le incursioni di Ernaux all’interno di un testo al fine di spiegare come e perché sta procedendo in questo o quel modo, per lei necessarie anche a costo di interrompere il filo del discorso. Cfr L’onta, op. cit., p. 34, “Probabilmente non è necessario prender nota di tutto ciò, ma non posso cominciare a scrivere veramente senza tentare di chiarire le condizioni della mia scrittura”, o anche L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 134, dove Ernaux si confronta con l' esigenza propria anche di Rousseau di dire al lettore cose apparentemente non necessarie: “Anch’io ho bisogno di dire delle cose che avvengono scrivendo e delle quali il lettore non ha necessariamente bisogno”. Testo originale: “Moi aussi, j’ai besoin de dire des choses qui se passent en écrivant, dont le lecteur n’a pas forcément besoin”.

[36] In Gli armadi vuoti Denise Lesur, in Quel qu’ils disent ou rien (Gallimard, Paris 1977,) Anne , mentre in La femme gelée non compare alcun nome per la protagonista.

[37] Philippe Lejeune, Il patto autobiografico, Il Mulino, Bologna 1986, pp. 11/14 (Ed. originale: Le pacte autobiographique, Seuil, Paris 1975)

[38] ibid.

[39]Écrire la vie, op. cit., pp 7-8.

Testo originale: “Non pas ma vie, ni sa vie, ni même une vie. La vie, avec ses contenus qui sont le mêmes pour tous mais que l’on éprouve de façon individuelle: le corps, l’éducation, l’appartenance et la condition sexuelle, la trajectoire sociale, l’existence des autres, la maladie, le deuil. Par-dessus tout, la vie telle que le temps et l’Histoire ne cessent de la changer, la détruire et la renouveler. Je n’ai pas cherché à m’écrire, à faire oeuvre de ma vie: je me suis servie d’elle, des événements, généralement ordinaires, qui l’ont traversée, des situations et des sentiments qu’il m’a été donné de connaître, comme d’une matière à explorer pour saisir et mettre au jour quelque chose de l’ordre d’une vérité sensible. J’ai toujours écrit à la fois de moi et hors de moi, le «je» qui circule de livre en livre n’est pas assignable à une identité fixe et sa voix est traversé par les autres voix, parentales, sociales, qui nous habitent. (…). Écrire la vie en se tenant au plus près de la réalité, sans inventer ni transfigurer, c’est l’inscrire dans une forme, des phrases, des mots.”

[40] Les années, op. cit., è uno dei testi più importanti e premiati dell’autrice (Prix Marguerite Duras 2008, Prix François Mauriac 2008, Prix de la langue française 2008)

[41] “Saisir ce qui passe à travers moi”, in Autofiction: confessions d’enfants du siècle, a cura di Marion Rousset, in Regards, febbraio 2005.

[42] Testo originale: “Beaucoup de livres d’autofiction ne m’intéressent pas. Ils ressemblent à une variante d’un très vieux genre qui est le roman psychologique. Le plus dramatique, c’est qu’on a souvent l’impression d’avoir lu ça cent fois (…). Dans les années 80, le mot «autobiographie» était devenu infâmant, il valait mieux donc parler d’autofiction. Cela faisait plus chic. Le débat autour de l’autofiction ne me passionne pas. Je ne comprends pas cette espèce de fureur actuelle

[43] In “LEXPRESS.fr/Culture"  a cura diFerniot Christine et Delaroche Philippe, 2 febbraio 2008 (l’intervista si può leggere qui)

[44] Testo originale: “ Je n'ai rien à voir avec l'autofiction. Je voudrais le dire, quand même! Dans l'autofiction, il y a beaucoup de fiction, justement. Et justement, ce n'est pas mon objet. Ça ne m'intéresse pas! La littérature est intéressante dans ce qu'elle dit du monde. Ni le mot «auto» ni le mot «fiction» ne m'intéressent. Finalement, je préfère conserver le terme «autobiographie» bien qu'il me soit difficile de l'utiliser.”

[45] Les Armoires vides, Quel qu’ils disent ou rien e La femme gelée.

[46] L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 26, testo originale: “Mais, pour moi aussi, c’étaient des romans, aucun doute là-dessus! (…) Romans dans leur intention, dans leur structure, même pas des «autofictions».”

[47] ibid., p 26,7, testo originale: “Dans le mot roman, je mettais littérature. La littérature, à ce moment là, est représentée pour moi par le seul roman et celui-ci suppose une transfiguration de la réalité. Cette idée de tranfsigurer la réalité, donc de «faire de la littérature», comptait beaucoup plus à mes yeux que la possibilité offerte par la fiction de se protéger, de se masquer en disant «j’ai tout inventé».”

[48] Detto questo, si noti che c’è una progressione, dal primo al terzo dei tre testi classificati “roman”, con un graduale abbandono degli elementi romanzeschi e un’ aderenza sempre maggiore della protagonista alla vita dell’autrice.

[49] ibid., p. 29, testo originale: ”À cette époque, en 1981, et depuis quelques années, je me posais beaucoup de questions d’écriture et je ne confondais plus littérature et roman, littérature et transfiguration du réel. J’avais d’ailleurs cessé de définir la littérature. Aujourd’hui, je ne la définis pas non plus, je ne sais pas ce qu’elle est”.

[50] La place, Gallimard, Paris 1983, qui consultato nella traduzione di Lorenzo Flabbi Il posto, L’orma editore, Roma 2014, è la storia del padre dell’autrice che, figlio di contadini, diventa operaio e poi proprietario di un bar in una evoluzione tanto più degna di nota in quanto né la sua origine sociale né l’epoca lo predestinavano a un tale avvenire. Nell’evocarlo, la scrittrice racconta anche la propria giovinezza e le proprie origini sociali. Con questo testo Ernaux rende omaggio all’uomo di cui, durante la sua adolescenza, ha provato vergogna e da cui si è allontanata, ma che le ha tuttavia permesso di accedere a una vita più confortevole e al mondo più colto dei borghesi e degli intellettuali.

[51] Il Prix Renaudot è uno dei premi letterari più importanti in Francia, ed è stato conferito, fra gli altri, a scrittori come Celine e Perec.

[52] All’epoca della malattia e della morte del padre, Ernaux era già sposata e viveva ad Annecy, in Alta Savoia.

[53] Il posto, op. cit., pp. 20,21.

[54] Si legga in merito il saggio “Quelque part entre la littérature, la sociologie et l’histoire… L’œuvre auto-sociobiogaphique d’Annie Ernaux ou les incertitudes d’une posture improbable”di Isabelle Charpentier, consultabile on line in http://contextes.revues.org/74).

[55] La sociologia, in particolare quel ramo che indaga il determinismo sociale e la differenza fra classi, di cui molto scrisse Pierre Bourdieu, ha costituito per Annie Ernaux materia di grande interesse.

[56] Nel libro, la scrittrice parte dalla violenta lite tra i genitori che, causandole un profondo senso di vergogna, distrugge il mondo perfetto della sua infanzia, per descrivere tutte quelle situazioni di disagio che la allontanano gradualmente dalle sue origini e dalla sua famiglia.

[57]L’onta, op. cit, pp. 33,34

[58]L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 42, testo originale: “Je me considère très peu comme un être singulier, au sens d'absolument singulier, mais comme une somme d'expériences, de déterminations aussi, sociales, historiques, sexuelles, de langages, et continuellement en dialogue avec le monde (passé et présent), le tout formant, oui, forcément, une subjectivité unique. Mais je me sers de ma subjectivité pour retrouver, dévoiler les mécanismes ou des phénomènes plus généraux, collectifs.”

[59] Vale la pena ricordare in questa sede, fra i numerosi contributi, la tesi di laurea diInga Litvinavičienė, Generic transformations of the autoiography in the work of Annie Ernaux, reperibile in rete, e il già citato studio di Isabelle Charpentier, “Quelque part entre la littérature, la sociologie et l’histoire…”.

[60] Per approfondire la complessità del processo di scrittura in Ernaux, si legga il citato “diario di scrittura” L’atelier noir.

[61] Per rendersi conto dell’impatto che alcuni testi di Ernaux hanno prodotto su centinaia di migliaia di lettori, si consulti l’interessante studio di Isabelle Charpentier  “Les réceptions « ordinaires » d’une écriture de la honte sociale: les lecteurs d’Annie Ernaux”, in Idées – La Revue des sciences économiques et sociales, numéro spécial 155 : « Cultures, publics et réceptions », marzo 2009, pp. 19/25.

[62] Una parte degli innumerevoli studi dedicati ad Annie Ernaux in Francia e all’estero, si può reperire nel sito Auteurs.contemporains.info, dedicato agli scrittori francesi contemporanei.

[63]L’écriture comme un couteau, op. cit., p 42: “C’è una frase di Brecht che ha molto valore per me:«Pensava negli altri e gli altri pensavano in lui». In fondo, lo scopo finale della scrittura, l’ideale cui io aspiro, è quello di pensare e sentire negli altri, come gli altri – scrittori, ma non solo, hanno pensato e sentito in me.”

Testo originale: “Il y a une phrase de Brecht qui a beaucoup de sens pour moi: «Il pensait dans les autres et les autres pensaient en lui.» Au fond, le but final de l’écriture, l’idéal auquel j’aspire, c’est de penser et de sentir dans les autres, comme les autres – des écrivains, mais pas seulement – ont pensé et senti en moi.”

[64] Sulla questione delle forme, si veda anche la dettagliata risposta di Ernaux a Frédéric-Yves Jeannet , in L’ècriture comme un couteau, op. cit., pp. 52/54


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