Tutti i libri




Negli anni ‘60 Denise Lesur, in seguito a un aborto clandestino e illegale, si ritrova a casa dei genitori. E’ l’occasione per rivisitare il proprio percorso e per raccontare il dolore di non appartenere a nessun mondo, né a quello mediocre e semplice delle origini familiari, verso cui la protagonista prova disprezzo e vergogna, né a quello intellettuale, patinato e borghese, conosciuto durante gli anni della scuola prima e dell'università poi alla ricerca di un’educazione più “elevata”. Lo scarto è troppo grande e lei sceglie la sua realizzazione personale. Il prezzo da pagare sarà lo strappo con i genitori, l’incomprensione e il persistente senso di colpa.

E’ come se fossi stata divisa in due, é tutto qui, i miei genitori, una famiglia di operai agricoli e manovali, e poi la scuola, i libri, i Bornin. Il culo su due sedie, è questo che spinge verso l’odio, dover scegliere. Anche se avessi voluto, ormai non potevo più parlare la loro lingua, era troppo tardi. “Saremmo stati tutti più contenti se non avesse continuato gli studi”, disse una volta papà. Forse anch’io sarei stata più contenta.

(Gli armadi vuoti, traduzione di Romana Petri, Rizzoli, Milano 1996)



.....

Anne è un’adolescente come tante altre che si confronta con la nascita del desiderio, il bisogno di libertà, di indipendenza e di responsabilità tipico dell’età. Gli interrogativi e le prime angosce si scontrano con l’incomunicabilità sorta nella famiglia, che non comprende e non favorisce il dialogo sospingendola in una solitudine tormentata.

Non vale più la pena di avere le mestruazioni. Mia zia ha detto: hai perso la lingua, Anne? Eri più chiacchierona prima. E’ piuttosto la loro lingua che ho perduto. Tutto è disordine in me, e non quadra con ciò che dicono loro.


...

...

Libro sulla condizione della donna, in perenne bilico tra ruolo familiare e sociale, vista attraverso gli occhi dell’autrice che, dapprima bambina poi adulta, riflette sulla propria educazione, mai transitata attraverso il modello della classica suddivisione dei ruoli maschile-femminile, e su quello che è diventata dopo il matrimonio borghese e l’arrivo dei figli. Amara la constatazione del progressivo irrigidimento dei ruoli, dell’esilio forzato nella solitudine delle incombenze famiglia-lavoro-casa, dell’alterazione del quotidiano e del tempo a sua disposizione, dell’impoverimento delle sensazioni, dell’annullamento, infine, della propria identità.

Sono finiti senza che me ne accorgessi gli anni della formazione. Dopo, l’abitudine. Una somma di piccoli rumori all’interno della casa, macinacaffè, pentole, prof discreta, moglie di un quadro, vestita Cacharel o Rodier fuori. Una donna di ghiaccio.


Storia del padre – prima contadino, poi operaio infine modesto commerciante – raccontata dalla figlia scrittrice, che mette in luce, in diversi passaggi chiave della propria vita, il progressivo allontanamento da lui, i conflitti, la vergogna, e la ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune. Entrata nel mondo della borghesia in seguito al matrimonio, Annie Ernaux descrive il dolore del distacco, lacerata tra l’attaccamento alle proprie origini, il senso di colpa e la voglia di riscatto.

Da bambina, quando mi sforzavo di esprimermi in un linguaggio controllato, avevo l’impressione di lanciarmi nel vuoto. Una delle mie paure immaginarie, avere un padre maestro di scuola che mi obbligasse a parlare sempre come si deve, scandendo bene le parole sulla punta delle labbra. Noi parlavamo con tutta la bocca. Poiché la maestra mi “faceva osservazione”, ho voluto anche io mettermi a riprendere mio padre, dirgli che “dabbassarsi” o “un quarto meno le undici” non esistevano. Gli è venuto un accesso di rabbia. In un’altra occasione: “Come potete pretendere che non mi si faccia osservazione se voi parlate male tutto il tempo!”. Io piangevo. Lui era infelice. (Il posto, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’orma editore, Roma 2014).



L’autrice cerca di ripercorrere la vita della madre, donna attiva e aperta al mondo, morta nel 1986 al termine del tunnel dell'Alzheimer, una malattia che ne ha distrutto la memoria e l’integrità fisica e mentale. Prima operaia, poi commerciante, ansiosa di apprendere e di mantenere il benessere e la posizione raggiunta, Ernaux ne passa in rassegna l’esistenza. Il libro è anche un’analisi dell’evoluzione e dell’ambivalenza dei sentimenti di una figlia: amore, odio, tenerezza, senso di colpa, e per finire, viscerale attaccamento e dolore.

Non sentirò più la sua voce. Lei, le sue parole, le mani, i gesti, il modo di ridere e di camminare, univano la donna che sono alla bambina che ero. Ho perso l’ultimo legame col mondo da cui provengo.


(Una vita di donna, traduzione di Leonella Prato Caruso, Ugo Guanda Editore, Parma 1988)


....

.Un uomo e una donna condividono un’intensa storia clandestina. Lui, un diplomatico russo, ben più giovane, sposato e inaccessibile sia nel mistero della sua lingua sconosciuta, sia nel silenzio dei suoi sentimenti mai espressi, la cerca quando ha voglia di stare con lei. Lei attende febbrilmente l’incontro, in uno stato di alienazione dolorosa che la rende incapace di occuparsi di altro se non di “accumulare i segni di una passione” nell’alternanza continua di assenza e presenza di lui.

Sin dal mese di settembre dello scorso anno non ho fatto nient’altro che aspettare un uomo: che mi telefonasse o che venisse da me.

(Passione semplice, traduzione di Idolina Landolfi Rizzoli, Milano 2004).

......



Lo sguardo sensibile e acuto della scrittrice si posa su un quartiere della periferia parigina negli anni ’80 trascrivendo episodi, ritratti  o semplici gesti colti nella quotidianità di situazioni pubbliche - negli autobus, nei negozi, nella R.E.R, al supermercato. Istantanee di vite sconosciute, catturate con la volontà di sondare l'umanità anche nelle situazioni più banali e immortalarle attraverso la testimonianza delle parole.

Perché racconto e descrivo questa scena come molte altre che appaiono in queste pagine? Che cosa cerco con ostinazione nelle realtà? Il senso? Spesso, ma non sempre, è un’abitudine intellettuale (appresa) per non abbandonarsi solamente alla sensazione: “metterla al disopra di sé”. O forse annotare i gesti, gli atteggiamenti, le parole delle persone che incontro mi dà l’illusione di essere vicina a loro. Io non parlo con loro, le guardo e le ascolto soltanto. Ma l’emozione che mi lasciano è una cosa reale. Forse cerco qualcosa in me attraverso loro, il loro modo di comportarsi, i loro discorsi.

(Diario dalla periferia, traduzione di Romana Petri, Rizzoli, Milano 1994).



“Una domenica di giugno, nel primo pomeriggio, mio padre ha cercato di uccidere mia madre”. Nel 1952 una violenta lite familiare manda in frantumi il paradiso infantile dell’autrice causandole un lacerante senso di vergogna. L'onta, la sofferenza che nascono dal raffronto con lo “sguardo degli altri” accendono in lei il desiderio di ribellarsi, la voglia fortissima di recidere i suoi legami con quel mondo.

Ho sempre desiderato scrivere libri di cui in seguito mi fosse impossibile parlare, che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri. Ma nessun libro potrebbe procurarmi un’onta pari a quella provata quando avevo dodici anni.


(L’onta, traduzione di Orietta Orel, Rizzoli, Milano 1999)

......

.....

Je ne suis pas sortie de ma nuit” sono le ultime parole scritte dalla madre di Annie Ernaux in una lettera ad un’amica, prima di spegnersi al termine della lunga malattia dell'Alzheimer. Una pagina dopo l’altra il decadimento fisico e mentale evolve, e con esso il carico di dolore e la sofferenza della figlia, che racconta l’annullamento della madre adorata la cui forza, un tempo fonte di sicurezza e ammirazione, lascia spazio alla lenta degradazione.

Era all’entrata, e sul momento non l’ho riconosciuta. Le avevano raccolto i capelli a coda di cavallo, aveva lo sguardo fisso. Le indico il piccolo spazzacamino sopra il suo letto, quello che un’amica le aveva regalato ad Annecy. Lo guarda e sussurra “Ne ho avuto uno così, una volta” . Mi chiedo costantemente come sia, ora, la sua percezione del mondo. Quando ripenso a quel che è stata, ai suoi vestiti rossi, alla sua esuberanza, mi viene da piangere. Il più delle volte non penso a nulla, le sto vicino e basta. Mi rimane ancora la sua voce. C’è tutto nella voce. La morte è soprattutto l’assenza di voce.

("Non sono più uscita dalla mia notte, traduzione di Orietta Orel Rizzoli, Milano 1998)


....

Come in Journal du dehors, l’autrice trascrive istantanee di vita tratte dall’osservazione del quotidiano, si immerge nella realtà di grandi luoghi collettivi come la metro o i centri commerciali nel tentativo di trattenere qualcosa di ciò che passa per poi ritornare al nulla. Cerca di conservare la memoria del presente lasciandosi “attraversare” dalla vita esteriore.

Rileggendo queste pagine, mi accorgo di aver già dimenticato molte scene e molti fatti. Mi sembra perfino di non essere stata io a trascriverle. Sono come tracce del tempo e della storia, frammenti di testo che tutti noi scriviamo semplicemente vivendo. Tuttavia, so anche che in questi appunti di vita esteriore, più che in un diario, si tratteggiano la mia storia e le figure a mia immagine e somiglianza.




All’inizio degli anni ’60 l’autrice vive l’esperienza brutale e indimenticabile dell’aborto, forzatamente clandestino. Il dolore della scelta, la solitudine, la vergogna, il pregiudizio sociale, la disapprovazione e il clima intimidatorio della società dell’epoca, gettano le basi per una riflessione sul potere politico della scrittura e sulla condizione delle donne nei loro primi passi verso l'agognata ma ancora lontana parità dei diritti.

Ho terminato di tradurre in parole ciò che mi sembra un’esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge, un’esperienza vissuta da un estremo all’altro passando attraverso il corpo.


...

Annie Ernaux ripercorre in forma diaristica la storia d’amore clandestina e infuocata che l’ha legata a un diplomatico russo, più giovane di lei e sposato, per il quale perde la testa e il corpo. Nelle pagine di questa confessione parla dell’attesa, del sentimento assoluto e tormentato, della voracità del desiderio, della follia, della gelosia come pure della solitudine nei momenti dell’assenza di lui.

Sono consapevole di pubblicare questo diario per una sorta di precetto interiore, senza preoccuparmi della reazione di S. Giustamente potrà crederlo un abuso di potere letterario, addirittura un tradimento. Immagino che si difenderà con una risata o con il disprezzo, «la vedevo solo per fare sesso». Preferirei che accettasse, anche senza capirlo, di essere stato, in quei mesi, a sua insaputa, quel principio, meraviglioso e terrificante, di desiderio, di morte e di scrittura.


Dopo una lunga relazione, Annie Ernaux lascia il suo amante, di molto più giovane di lei, che sceglie di frequentare un’altra donna. Ne scaturiscono il dolore di aver perduto l'esclusività del suo amore e una gelosia sempre più forte, mentre la sofferenza di essere stata sostituita dall’altra si trasforma in un’ossessione.

Avevo lasciato W. Qualche mese dopo mi ha annunciato che sarebbe andato a vivere con una donna di cui si è rifiutato di rivelare il nome. Da quel momento sono stata divorata dalla gelosia. L’immagine e l’esistenza dell’altra donna non hanno smesso di ossessionarmi, come se lei fosse entrata in me. È questa l’occupazione di cui parlo.




Annie Ernaux conduce una battaglia personale contro il cancro al seno, una ferita devastante che lacera la sua identità di donna e di essere umano. Contemporaneamente, la passione amorosa con il nuovo compagno Marc Marie trasforma la tragedia in uno dei momenti più felici della sua vita. Per celebrare la vittoria dell'amore contro la malattia e la morte, gli amanti decidono di consegnare alla scrittura la loro storia, assieme alle fotografie che immortalano i loro abiti gettati a terra prima di ogni amplesso.

Spesso, fin dall’inizio della nostra relazione, restavo affascinata quando al risveglio scoprivo la tavola della cena non sparecchiata, le sedie spostate, i nostri abiti aggrovigliati, gettati ovunque per terra la sera prima facendo l’amore. Era un paesaggio ogni volta diverso. Mi chiedo perché l’idea di fotografarlo non mi sia venuta prima. E perché non lo abbia mai proposto a nessun altro uomo. Forse ritenevo ci fosse qualcosa di vagamente vergognoso, o indegno.



L’autrice ritraccia la sua vita, dall’infanzia alla maturità, gli avvenimenti storico-politici, ma anche il quotidiano e i cambiamenti che hanno attraversato la società francese dal dopoguerra a oggi: l’arrivo della televisione nelle case, i film, l’avvento di Internet. Lo sforzo di questa grande prova di Ernaux è quello di salvare dall'oblio del tempo tutte le immagini di un'esistenza che, altrimenti, inevitabilmente spariranno. Inscrivendo la sua storia personale in quella di tutti gli individui che con lei hanno condiviso un'epoca e le sue trasformazioni, la scrittrice inaugura una forma nuova di autobiografia, impersonale e collettiva.

Ogni cosa svanirà in un attimo. Il vocabolario accumulato dalla culla all’ultimo letto scomparirà. E poi sarà il silenzio, e nessuna parola per definirlo. Dalla bocca aperta non uscirà nulla. Né io né me. La lingua continuerà a trasformare il mondo in parole. Nelle conversazioni attorno a un tavolo in un giorno di festa saremo solo un nome, sempre più senza volto, fino a scomparire nella massa anonima di una generazione lontana.



...

È una lunga lettera alla sorella mai conosciuta, deceduta di difterite prima della nascita dell’autrice che ne apprende l’esistenza origliando, bambina, i discorsi della madre. Il silenzio e le parole non dette vengono vissute come un bruciante tradimento. Ernaux trae spunto per riflettere sul senso di delusione di non essere più l’unica, per scrivere dell’assenza, e, soprattutto, per tornare a riflettere sul rapporto tormentato e doloroso con la madre.

Esisti solo attraverso la tua impronta sulla mia. Scriverti non è nient’altro che girare intorno alla tua assenza. Descrivere l’eredità dell’assenza. Sei una forma vuota che la scrittura non riesce a colmare.





Per circa un anno lo scrittore Frédéric-Yves Jeannet inoltra via e-mail dal Messico, dove vive e lavora, domande e spunti di riflessione ad Annie Ernaux, che risponde, con la sincerità e la precisione che la connota, sforzandosi di rintracciare le linee del suo progetto letterario. L'intervista offre alla scrittrice l'opportunità di esprimersi sulla sua pratica di scrittura, sui filoni di suo interesse, sulla letteratura.

Introduco nella letteratura qualcosa di duro, pesante e perfino violento, legato alle condizioni di vita, alla lingua del mondo che è stato interamente mio fino all’età di diciotto anni, un mondo operaio e contadino. Sempre qualcosa di reale. Ho la sensazione che scrivere sia quanto di meglio io possa fare, nel mio caso, nella mia posizione di disertrice, come atto politico e come dono.



Antologia che raccoglie alcune fra le più importanti opere della scrittrice, precedute da un centinaio di pagine che contengono frammenti tratti dai suoi diari e fotografie dal suo album personale. 

Scrivere la vita. Non la mia vita, la propria vita e nemmeno una vita. La vita, con i suoi contenuti che sono gli stessi per tutti ma che si provano in maniera individuale: il corpo, l’educazione, l’appartenenza e la condizione sessuale, la traiettoria sociale, l’esistenza degli altri, la malattia, il lutto. (…) Non ho mai cercato di scrivere di me, di fare della mia vita un’opera: mi sono servita di essa, degli avvenimenti, generalmente ordinari, che l’hanno attraversata, delle situazioni e sensazioni che mi è stato dato di conoscere, come di una materia da esplorare, per cogliere e riportare alla luce qualcosa che appartenga a una verità sensibile.



Nell’intimità di un lungo dialogo con se stessa, la scrittrice annota pensieri, riflessioni, dubbi e ricerche sulla scrittura; i frammenti del suo diario unitamente alle note, rappresentano la testimonianza del lungo e impegnativo lavoro che precede la stesura di ogni opera.

Tutti libri che ho scritto sono stati preceduti da una fase, spesso piuttosto lunga, di riflessione e di interrogativi, d’incertezze e di direzioni abbandonate. Fin dal 1982, ho preso l’abitudine di annotare su fogli, con le date, questo lavoro di esplorazione, e ho continuato a farlo fino a oggi. È un diario di dolore, di perpetua incertezza tra progetti, tra desideri. Una sorta di atelier senza luce e senza via d’uscita, nel quale giro in tondo, alla ricerca degli strumenti, solo quelli che servono al libro che intravedo, in lontananza, nella luce. C’è qualcosa di pericoloso, se volete di impudico, nello svelare così le tracce di un corpo a corpo con la scrittura. Ma, pubblicando queste pagine, ho voluto lasciarne testimonianza, mostrando come essa viene vissuta, giorno per giorno, in solitudine.




Per la prima volta dall’apparizione del suo primo libro, Les armoires vides, il 13 ottobre 2012 l’autrice accetta, su invito della municipalità, di incontrare gli abitanti di Yvetot, la piccola cittadina normanna in cui ha trascorso l’infanzia e la prima giovinezza. Yvetot diventa dunque ufficialmente il legame che riunisce la memoria della propria storia con la scrittura.

Come nessun’altra città, (Yvetot) è il luogo della mia memoria più viva, quella dei miei anni di infanzia e di formazione, quella legata a ciò che scrivo in modo indissolubile. Oserei dire: indelebile.





Nel corso di un anno, Annie Ernaux annota le sue visite al supermercato di un grande centro commerciale, crocevia di esistenze e luogo di vita collettiva. Uno spazio anonimo e straniante che diventa straordinario osservatorio del mondo nelle sue dimensioni sociali: il lavoro, la condizione femminile, l’immigrazione, l’economia liberale. Qui la scrittrice capta il teatro della vita nei piccoli dettagli di paesaggi umani.

Ed ecco la fisionomia di quei luoghi che, per abitudine, ho percorso con la lista della spesa in mano, sforzandomi semplicemente di prestare un’attenzione più intensa del solito, a tutti i protagonisti di questo spazio, commessi e clienti, così come alle strategie commerciali. Nessuna inchiesta o esplorazione sistematica dunque, ma un diario, forma che corrisponde maggiormente al mio temperamento, portato alla cattura impressionista delle cose e delle persone, delle atmosfere. Una libera lettura di osservazioni, di sensazioni, nel tentativo di afferrare qualcosa della vita che si svolge in quel luogo


«Nel 2008, Michelle Porte, che conoscevo come la realizzatrice di documentari molto belli su Virginia Woolf e Marguerite Duras, mi ha espresso il suo desiderio di filmarmi nei luoghi della mia giovinezza, Yvetot, Rouen, e in quello dove vivo oggi, Cergy. Avrei dovuto evocare la mia vita, la scrittura, il legame fra le due. Il suo progetto mi è piaciuto e l’ho subito accolto, convinta che il luogo - geografico, sociale - dove si nasce e quello in cui si vive, offrano rispetto ai testi scritti non tanto una spiegazione, quanto il background della realtà alla quale, più o meno, essi sono ancorati.( ...) Michelle Porte ed io abbiamo registrato ore e ore di interviste. Non essendo possibile tenere tutto, sentivo una sensazione di frustrazione, di perdita irrimediabile rispetto a qualcosa che non avevo mai detto da nessuna parte prima di allora. In effetti in quelle mi ero espressa in modo più spontaneo, più libero che in tutte le mie interviste precedenti.»

.

-

.


  • Pagina a cura di Raffaella Finato. Dove non indicato, traduzione a sua cura.
  • Revisione della traduzione a cura di Marina Karam 

  • Login