Capitolo 4


J’ai une histoire de femme[1]

Rodin, Donna accucciata (1880) Parigi, Museo Rodin


4.1.Il secondo sesso

Fra gli assi attorno a cui si snoda il suo progetto di scrittura, nella bella intervista “Écrire, Écrire pour quoi”[2] Annie Ernaux indica dapprima l’aspetto sociale, in secondo luogo “tutto quello che concerne le donne, e il fatto di essere donne”, esplicitando così uno dei luoghi privilegiati della sua ricerca: il femminile nelle sue declinazioni, dai sentimenti al desiderio, dalle ambizioni al ruolo nella società e nella famiglia, e ancora la sessualità, la maternità, la visione del mondo e delle relazioni. Di tutto questo, anche a costo di esporsi ad attacchi e polemiche, in particolare da parte della critica letteraria[3], la scrittrice intende rendere conto nel modo più onesto e sincero possibile:

“Ho sofferto di appartenere al secondo sesso[4], di non capire la dominazione maschile, e la scrittura è un modo piuttosto naturale di ristabilire un equilibrio – non dico l’uguaglianza. Si trattava di scrivere senza la preoccupazione di cosa «deve» scrivere una donna (…)".[5]

L’indagine di Ernaux, come sempre, parte dall’esperienza personale non tanto allo scopo di indagare la propria vicenda, che la scrittrice ritiene affatto eccezionale, quanto piuttosto per fornire, anche in questo ambito, delle tracce materiali e concrete di un destino di donna in cui sia riconoscibile il destino di tante donne. Nello scrivere, infatti, ciò che conta è

“l’intenzionalità di un testo, che non consiste nella ricerca di me stessa o delle ragioni che mi fanno scrivere, ma in un’ immersione dentro la realtà che presuppone la perdita di me stessa (…) e una fusione dentro il «si[6]», il «noi»[7].

Senza censure e senza filtri romanzeschi, la scrittura di Ernaux entra come un coltello nella carne viva del proprio vissuto – infanzia, educazione sentimentale, matrimonio, maternità e divorzio, passioni amorose, aborto, cancro – svelando una visione del mondo, della società e, non da ultimo, della donna, profondamente condivisibili.

Opere come Les armoires vides, La femme gelée, L’événement, ma anche i testi che d’ora in poi accorperemo sotto la denominazione di “quadrilogia della passione” (Passion simple, Se perdre, L’occupation, L’Usage de la photo), sono il frutto di una scrittura che, determinata ad “aller jusqu’au bout”, “andare fino in fondo” nell’indagine delle proprie esperienze, passa in primo luogo dal corpo della scrittrice, costituendo, per chi si appresta a leggere, un luogo di confronto vivo e reale.

Alla fine di L’événement – ma ciò potrebbe valere per ciascuna delle opere appena citate – leggiamo:

“Ho terminato di tradurre in parole ciò che mi sembra un’esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge, un’esperienza vissuta da un estremo all’altro passando attraverso il corpo. Ho cancellato l’unico senso di colpa che io abbia mai provato riguardo a tale evento, e cioè che mi sia capitato e che non abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché, aldilà di tutte le spiegazioni sociali e psicologiche che io possa trovare per ciò che ho vissuto, ce n’è una della quale sono sicurissima: le cose mi sono accadute affinché io ne renda conto.[8]

Mostrare dunque i comportamenti sociali, svelare certi codici culturali e denunciare quei limiti e quei pregiudizi che, ancora oggi, condizionano la donna, il "secondo sesso", nella sua femminilità e nella libera espressione della stessa, è per Ernaux una missione, una sorta di dovere morale.


4.2.L’educazione sentimentale

Centro del mondo per i genitori che hanno perduto una figlia prima di lei e coccolata dai clienti del bar paterno e del negozio di alimentari materno nella periferia di Yvetot, Annie Ernaux è una bambina serena e vivace. L’amore e le attenzioni che tutti le riservano contribuiscono alla costruzione di un’immagine positiva di se stessa.

La sua fantasia, che si rivela presto fervida, viene assecondata e sostenuta dalla madre, che ne appoggia i giochi, lo studio e l’immaginazione dispensandola dall’aiutarla in casa o in negozio e concedendole interminabili ore di libertà in cortile, su quel “meraviglioso strumento di sogno”, la bicicletta, sulla quale Annie scandisce “storie esotiche al ritmo delle gambe”[9].

“Lei mi diceva, gli occhi che le brillavano, “è bene avere dell’immaginazione” (…)[10]”…

  immagine tratta dall'antologia Écrire la vie

Con una personalità decisa e un piglio da leader, le tasche piene di dolci e la testa colma di storie e fantasia, Annie è sempre circondata da amici: assieme a loro imbastisce scene di “battesimi e matrimoni”, inventa ruoli, luoghi, personaggi, fino a quando poi tutti si fugge per la via, alla ricerca di “nuove avventure”,[11] in quell’ universo parallelo e magnifico di cui è la protagonista.

Appena impara a leggere (a soli otto anni il romanzo Via col vento di Margaret Mitchell sarà una rivelazione e Scarlett O’Hara diventerà la sua eroina), la sua innata creatività subisce un’impennata: quella delle storie apprese nei libri, che diventano fonte di evasione rispetto alla normalità di una vita di provincia presto angusta e, contemporaneamente, prova dell’esistenza di un mondo diverso dal suo:

“Quei libri non parlano come noi, hanno un linguaggio tutto loro, costruzioni di frasi che mi avvertono di un mondo ben diverso dal mio. (…) Sono parole che mi affascinano, mi viene voglia di prenderle, di mettermele addosso, di inserirle nel mio modo di scrivere. Me ne approprio e allo stesso tempo era come se mi appropriassi anche di tutte le cose di cui parlavano i libri. Nei miei temi inventavo una Denise Lesur che viaggiava per tutta la Francia – non ero mai stata più lontana di Rouen e Le Havre -, che portava abiti in organza, guanti di filo, sciarpe morbide, e tutto questo solo perché avevo letto quelle parole. Non era più solo per chiudere la bocca alle mie compagne che raccontavo queste storie, era per vivere in un mondo più bello, più puro, più ricco del mio.” [12]

La madre si accorge ben presto che Annie è impaziente di diventare grande, e nasconde le riviste femminili nell’armadio della cucina, sotto le pentole, e i romanzi di Maupassant, Colette e Zola in un angolo della scala: Annie scova e sfoglia tutto in un godimento amplificato dal terrore di essere scoperta. Nascosta sotto al bancone del negozio, fra gli odori delle patate, del latte, dell’alcool e con la bocca piena di zollette di zucchero, origlia pettegolezzi sulle ragazze viziose che hanno perduto la virtù, resoconti sulle sgualdrine del paese, ingurgitando, assieme alle caramelle, i commenti pieni di disappunto di sua madre e delle clienti. Immobile per non fare rumore, in preda a un’eccitazione di cui racconta in una delle scene più memorabili del romanzo, lo zucchero le si scioglie nella bocca appiccicosa (la metafora sessuale è chiara), ed è a quel punto che i frammenti della storia si ricompongono nella sua testolina smaniosa di comprendere:

“Mi intrufolo sotto il banco, lì dove si accumulano le casse non ancora aperte (…) la cliente appoggia in terra la borsa, mamma spiegazza dei fogli che ingombrano il banco. So cosa significa, significa che stanno per snocciolare una lunga storia piena di orrori inauditi. Tremo all’idea che possa arrivare un’altra cliente a spezzare il filo del racconto. “Lei parla di vergogna. Quella non sa nemmeno qual è il suo uomo, se ne tiene due nel letto (…) - intanto arraffo qualche zolletta di zucchero da un sacchetto rotto che struscia in terra. Il sole batte in pieno sulla vetrina, sui vasi ricolmi di caramelle gommose verdi; le spirali di liquirizia Zan, i bastoncini da succhiare si illuminano simili a tortiglioni rossi e gialli intrecciati, incrociati, un animaletto brulicante dalle mille zampettine contorte… I frammenti della storia non riescono a combaciare, non faccio che perdere il filo, particolari oscuri che fanno sbuffare e poi interrompere sia la mamma sia la cliente. «Quando è tornata, aveva delle macchie sul vestito, come dell’amido, non aggiungo altro». Poi pronunciano la parola chiave. «Una viziosa». Tutto allora si illumina, lo zucchero si fonde e scivola nella mia bocca chiusa tanto ho paura di fare rumore, adesso ho capito. Attendo il seguito col fiato sospeso. Eccone un’altra con il vizietto di far vedere quello che tiene nelle mutande, di mostrarla ai quattro venti, una debosciata, gente da tenere alla larga. Gliel’hanno toccata in due, in una stanza, o forse in un bosco, in un prato. Un dito ciascuno, al solo pensiero un brivido caldo mi corre fra le cosce, e la bocca resta aperta, appiccicosa di zucchero (…). Resto sola con le immagini, con le parole mormorate come in confessionale, risatine, nulla, come un singulto. Pescare a piene mani nella caramelle, nelle pastiglie di menta, sgranocchiarne cinque o sei alla volta, riempirsi la gola di quel liquorino fatto di tanti profumi mescolati, dopo aver ascoltato simili storie. Sentire il sapore, impregnante, tuffarmici dentro… Ho di che placare la mia fame da lupo, ne ho in abbondanza”.[13]

Il tempo dei giochi si arricchisce dunque di nuove esplorazioni e nuovi interessi, e la bambina precoce e curiosa giunge alle soglie dell’adolescenza con una “fame da lupo” rispetto al mondo della sessualità. Quanto più la madre la spinge verso la virtù, (Prega il buon Gesù è una delle raccomandazioni più assidue), tanto più la figlia ha voglia di scoprire, disobbedire, trasgredire. Cominciano nuove complicità fra compagne, comincia la scoperta del corpo, del piacere:

“C’erano quelle che mostravano e quelle che guardavano, quelle che si lasciavano toccare e quelle che toccavano (…). Che paura essere scoperte in piena seduta istruttiva dai genitori, accidenti, ci metteranno in riformatorio, e ridevamo impavide. Impossibile resistere alla curiosità del nostro corpo”[14] .

Ma l’appuntamento fisso con la confessione del venerdì mette tutte faccia a faccia con la propria coscienza: le ragazzine sono costrette a scrivere su un foglietto i peccati e a consegnarli, poi, al confessore. “I suoi occhi sono cattivi”, il prete fa sentire Denise-Annie “immonda”, “sporca e sola”.

“Non più un angolo di luce e gioia. La bestia è in me, è ovunque”.

“L’ho sempre saputo, fin dall’inizio, che era male, che tutta la mia vita era un mostruoso peccato. Ma non c’era possibilità di salvezza. Colpevole, colpevole.”[15]

Di nuovo una lacerazione fra l’educazione ricevuta[16] e il mondo della sensualità che irrompe con violenza e desiderio, di nuovo un senso di colpa che l’attanaglia facendola sentire divisa in due. Ma non sarà così a lungo: il richiamo del corpo si impone, scavalcando ogni censura e divieto. Se fino a questo momento la fede in Dio è stata la “sola normalità e la religione cattolica l’unica verità”[17],Annie comincia a intuire la rigidità di ogni dogma, relativizzando tutto ciò che è dato come assoluto.

“Le bambine devono essere trasparenti per essere felici. Pazienza. Per quanto mi riguarda, io sento che per me è meglio nascondersi. (…) avevo una fifa tremenda che mi apparisse la Vergine, dopo sarei stata obbligata a essere una santa e non ci tenevo. Volevo viaggiare, mangiare papaya e riso con le bacchette, servirmi da me e diventare dottoressa o maestra. Dei loro discorsi, dunque, qualcosa prendo e qualcosa lascio”.[18]

L’attitudine a mettere in questione, a sovvertire ogni regola, a spingersi fino in fondo nell’esplorazione della verità tipiche della scrittura di Annie Ernaux hanno radici anche qui, nell’esigenza di comprendere, sperimentare e trasgredire, che l’autrice, con la sua “tenacia nel resistere all’ideale della figlioletta angelica”[19], sente precocemente sin da bambina.

...

4.3.Dal femminismo domestico a quello teorico e “vivant”.

A proposito del femminismo e della sua importanza nella sua vita di donna e di scrittrice, Ernaux afferma:

“Il femminismo all’inizio per me non ha avuto parole, ma un corpo, una voce, un discorso, un modo di vivere, da quando sono venuta al mondo: quelli di mia madre.”[20]

Una dopo l’altra, l’autrice affronta le tappe che l’hanno portata ad elaborare la sua concezione della donna e del ruolo femminile: dapprima l’essere nata e cresciuta col privilegio di non dover obbligatoriamente svolgere le faccende domestiche in quanto “femmina” e di essere stata incoraggiata dai suoi genitori alla conquista di una indipendenza anche economica:

“(…)la libertà di leggere tutto quello che volevo, l’assenza totale di lavori detti femminili, l’ignoranza del cucito, della cucina, ecc, e la valorizzazione degli studi e dell’indipendenza materiale per una donna.“[21]

In secondo luogo l’essere nata da due genitori che non rispondevano affatto ai ruoli canonici del maschile e del femminile, essendo il padre un uomo dolce, dedito anche alla gestione della casa e alla preparazione dei pasti, e la madre una donna forte e brusca, impegnata non solo in negozio ma anche nella gestione amministrativa dello stesso:

“Violenza di mia madre, dolcezza di mio padre: gli stereotipi maschile-femminile erano compromessi nella mia esperienza del mondo.“[22]

L’incontro con il femminismo “teorico” avverrà più avanti, verso i diciotto anni, attraverso la lettura di Beauvoir, che Ernaux affronta dunque già con una certa predisposizione e la cui scoperta costituisce per lei sia la conferma di un disagio interiorizzato e non ancora chiaro nei confronti della dominazione maschile, sia la certezza che il primo passo verso la libertà è la presa di coscienza:

“E ho incontrato Beauvoir (…) nel Secondo sesso, a diciotto anni. Mi ricordo di questa esperienza di lettura, in un piovoso aprile, come di una rivelazione. Tutto quello che gli anni precedenti avevo vissuto dentro l’opacità, la sofferenza, il malessere, si chiarì di colpo. Da lì mi viene, credo, la certezza che la presa di coscienza, se anche non risolve nulla, è il primo passo verso la liberazione, l’azione.”

(…) In un certo senso, il modello materno e e il testo di Beauvoir si sono ricongiunti, radicando dentro di me un femminismo vivo e che si è rafforzato attraverso l’esperienza del mio aborto clandestino[23]”.

Simone de Beauvoir 

Il trauma dell’aborto raccontato in L’événement e vissuto sulla propria pelle a poco più di vent’anni, rimane per Ernaux una delle esperienze più sconvolgenti, costituendo non soltanto un momento cruciale per la sua salute (la scrittrice ha rischiato di morire), ma soprattutto un passaggio attraverso il quale la giovane donna prende definitivamente coscienza della subordinazione femminile rispetto al mondo degli uomini, come dirà in un’intervista quarant’anni dopo:

“Nella società degli anni ‘60, le donne, che allora non hanno il controllo della procreazione, sono alla mercé degli uomini.”[24]

Cresciuta nella certezza della parità dei ruoli se non, talvolta, di una superiorità della femmina rispetto al maschio, (“Ma io cerco la mia linea di figlia e di donna e so che almeno un’ombra non è planata sulla mia infanzia, quell’idea che le bambine siano esseri dolci e fragili, inferiori ai maschii. E che esistono delle differenze tra i ruoli. Per molto tempo non ho conosciuto altro ordine del mondo se non quello in cui mio padre si occupa della cucina, mi canta Une poule sur un mur, mentre mia madre mi porta al ristorante e tiene la contabilità.”[25]), Annie deve fare però i conti con una mentalità bigotta che, a partire dalla sua famiglia e dalla scuola religiosa femminile, le inculca i concetti del peccato e della colpa, della virtù e del sacrificio, ponendo come modelli di riferimento Sant’Agnese, Blandine, Maria Goretti, Giovanna d’Arco, Bernadette e via discorrendo, tutti esempi di semplicità, innocenza e, naturalmente, castità, ovvero "corpi per niente"[26]. Il più grande modello di virtù è Maria naturalmente, “Il peccato, la parola lancinante, Maria senza peccato”.[27]

Sarà attraverso le prime esperienze amorose adolescenziali che Annie si conquisterà il diritto di provare il piacere nonostante le castrazioni di Blanche, sua madre ("La sola grande colpa che lei non potrebbe mai perdonarmi è che io provi piacere"[28]) e, soprattutto, di rovesciare quei divieti che mettono il godimento femminile in secondo piano rispetto a quello maschile in nome della virtù ("Alle ragazze non è concesso. La pulizia morale"[28bis]). Annie non si sottrarrà a nessuna esperienza, vivendo la sessualità come una nuova avventura alla scoperta di se stessa e sovvertendo ogni ruolo o gerarchia, come affermerà più volte:

“L’idea della disuguaglianza fra me e i maschi, che vi fossero differenze oltre a quelle fisiche, io non la conoscevo in realtà poiché non l’avevo mai vissuta (...)”.[29].

E ancora:

"Nell’amore e nel piacere, io non mi sentivo un corpo intrinsecamente diverso da quello degli uomini[30]".

La gravidanza però le rivela come la sua certezza sia in fondo una grande illusione: la differenza fra sessi è ancora molto forte, e nel ’63, quando non esistono né la pillola contraccettiva né la legge Veil[31], le donne evidentemente non godono della stessa libertà degli uomini, e, nel caso di una gravidanza indesiderata, non possono che procedere nell’illegalità, con tutti i rischi in primis per la loro salute.

Con L’événement, Ernaux intende denunciare dunque non solo le differenze di sesso, ma anche la mancanza di tutela nei confronti della donna, l’assurdità di dover affrontare clandestinamente, nella solitudine e nel dolore, un’esperienza così grave. Mai schieratasi con il femminismo militante, l’autrice porta avanti la sua battaglia per i diritti delle donne con le armi di cui dispone, la parola e la scrittura, come appare in una recente intervista in occasione dell’ennesima polemica sulla legge per l’interruzione della gravidanza:

“Io volevo fornire una testimonianza. Questa esperienza ha cambiato estremamente la mia vita: c’è un prima e un dopo. Da cui il titolo, L’événement. Mi sono confrontata con l’inimmaginabile, l’inaudito. Si sa che se ne può morire, ma si affronta comunque la morte. Si fa fatica a comprendere cosa significa l’assenza della legge, cosa significa essere completamente dentro l’illegalità, alla ricerca di qualcuno che ti dia l’indirizzo di una mammana o che ti presti del denaro. Una donna del mio quartiere, a Yvetot, è stata trovata morta sulla tavola. Aveva due figli.”[32]

Ernaux difende il diritto delle donne di scegliere, proclamando nell’esperienza del suo aborto non la morte ma la vita, la sua vita, la sua salvezza. E’ anche in questo senso che “l’avvenimento” ha rafforzato il “femminismo vivo” nella sua coscienza e nella sua storia di donna.

“Ascoltavo in camera mia La Passione secondo San Giovanni di Bach. Quando si levava la voce solitaria dell’Evangelista recitando, in tedesco, la passione di Cristo, mi sembrava che raccontasse la mia esperienza da ottobre a gennaio a essere raccontata in una lingua sconosciuta. Poi venivano i cori. Wohin! Wohin! Un orizzonte immenso si è aperto, la cucina del Passagge Cardinet, la sonda e il sangue si fondevano nella sofferenza del mondo e nella morte eterna. Io mi sentivo salvata.”[33]

La mammana che si attiva fra le sue gambe introducendovi lo speculum, dunque, non uccide il figlio, ma mette al mondo la madre:

“Sono arrivata all’immagine della camera. Essa trascende l’analisi. Non posso che immergermi in essa. Mi sembra che questa donna che si attiva fra le mie gambe introducendovi lo speculum mi faccia nascere”[34].

Alla fine del testo, quando la scrittrice si ripensa a casa dei genitori nei giorni immediatamente successivi all’aborto, l’immagine della giovane donna stesa sul letto in contemplazione delle proprie gambe conferma questa “rinascita” del femminile: la protagonista si è ripresa il proprio corpo, e con esso il diritto di poter amare ancora.

“Un solo ricordo dei giorni trascorsi dai miei, dopo l’ospedale. Sono semidistesa sul mio letto, la finestra aperta, e leggo Poésies di Gérard de Nerval, nella collection 10-18. Mi guardo le gambe allungate al sole nei collant neri, e sono quelle di un’altra donna[35]”.

E’ dunque questo che Ernaux vuole ribadire con la scena che apre L’événement: la conquista della sua libertà sessuale.

L’incipit, narrato con l’apparente semplicità dello stile senza fronzoli tipico della scrittura matura,vede la protagonista in ospedale, davanti alla porta di un ambulatorio, in attesa del risultato di un test. In realtà, il racconto è disseminato di indicazioni che si susseguono in un crescendo inequivocabile: scopriamo dopo poche righe che non si tratta di un test di gravidanza, come ci aspetteremmo conoscendo il soggetto del racconto, bensì di un test dell’HIV[36]. Non solo, alcune informazioni, apparentemente poco rilevanti, ci informano chiaramente che la protagonista si è già recata in questo luogo, probabilmente a questo scopo.

(come l’ultima volta, degli uomini aspettavano (…)

(Comme la dernière fois, des hommes attendaient (…) [37]

La prima volta non avevo notato un padiglione per la musica nel cortile che fiancheggia il corridoio vetrato

La première fois je n’avais pas rémarqué un kiosque à musique dans la cour qui longe le couloir vitré)[38]

A ciò si aggiunge un riferimento all’amante:

“Mi sembrava che quell’uomo che avevo accettato di rivedere con indolenza fosse venuto dall’Italia solo per trasmettermi l’aids.”[39]

Si tratta evidentemente di un uomo di passaggio, con il quale la protagonista ha avuto un rapporto occasionale e per di più non protetto[40]. Questa sequenza di dettagli è evidentemente provocatoria, e può essere letta come un modo per proclamare, molti anni dopo l’aborto del 1963, il diritto di vivere oggi come allora la propria sessualità con la stessa libertà dell’altro sesso.

Nel 2008, la scrittrice riflette sulla nuova maledizione, l’aids, una sorta di “giudizio universale” che attende al varco, democraticamente, uomini e donne indistintamente:

“Di tutte le paure elencate, quella dell’aids era la più forte. I visi emaciati e trasfigurati delle celebrità prossime alla morte, da Hervé Guibert a Freddie Mercury – nel suo ultimo video assai più bello di prima con i suoi denti da coniglio – manifestavano il carattere sovrannaturale del «flagello», primo segno di una maledizione gettata sulla fine del millennio, un giudizio universale. Si evitavano i sieropositivi – tre milioni sulla terra – e lo Stato si prodigava in pubblicità moraleggianti per convincerci a non prenderli per degli appestati. La vergogna dell’Aids ne sostituiva una, dimenticata, quella della ragazza incinta non sposata. Essere sospettati di averlo significava essere condannati, Isabelle Adjani ha l’aids? Il solo fatto di sottoporsi al test era sospetto, la confessione di una colpa indicibile. Lo si faceva di nascosto all’ospedale, con un numero, senza guardare le altre persone nella sala d’attesa. Solo i contaminati a causa di una trasfusione dieci anni prima avevano diritto alla compassione (…) Ma, tutto sommato, ci si adattava. Avevamo l’abitudine di tenere un preservativo in borsa. Poi non lo si usava neanche, poiché l’idea di servirsene sembrava di colpo inutile, un insulto nei confronti del partner – per poi pentirsene subito dopo, mentre si faceva il test, in attesa del risultato certi di una morte imminente. All’annuncio del contrario, esistere, camminare per la strada era di una bellezza e di una pienezza senza nome. Ma fra la fedeltà e il preservativo bisognava scegliere. Nel momento stesso in cui godere in tutti i modi era imprescindibile, la libertà sessuale ridiventava impraticabile…”[41]

In un’epoca dunque in cui, paradossalmente, la libertà sessuale diventa impraticabile, godere in tutti i modi resta imprescindibile. Il rischio è alto, e il responso della salvezza ha la “bellezza e la pienezza senza nome” di ogni rinascita.


4.4.Cronaca di un divorzio annunciato

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"Lei ha trent’anni, è professoressa, sposata con un «quadro», madre di due figli. Abita in un appartamento gradevole. Tuttavia, è una donna di ghiaccio. Ovvero, come migliaia di altre donne, ha sentito lo slancio, la curiosità, tutta una forza gioiosa presente in lei raggelarsi giorno dopo giorno fra la spesa, le cene da preparare, il bagnetto dei bambini, il suo lavoro di insegnante. Tutto quello che si dice essere la condizione normale di una donna".


In La femme gelée, romanzo straordinariamente intenso sia nella trama sia nella scrittura, l’autrice si chiede in primo luogo come è diventata donna, affrontando dunque ancora una volta un viaggio a ritroso dentro la sua infanzia, l’adolescenza e la giovinezza, e in secondo luogo come la donna ambiziosa e piena di interessi e passioni che pensava di essere sia diventata, invece, “di ghiaccio”, ovvero come il matrimonio, avvenuto nel 1964 e durato diciott’anni, abbia agito sulla sua persona e sulla sua identità. 

Simone de Beauvoir diceva "donne non si nasce, lo si diventa", e in questa che è la terza prova di Ernaux, la sua voce sollecita e autorevole nell’indagine della condizione femminile trasuda forse più che in qualsiasi altra[42].

Il romanzo, uno dei più belli e riusciti fra i suoi primi lavori, rappresenta non solo un’analisi profonda della natura femminile, ma anche una riflessione sulla complessità del matrimonio che, a distanza di più di trent’anni dalla pubblicazione (1981), conferma l’attualità dello sguardo di Ernaux.

L’autrice esplora il tema sviscerandone aspetti e sfatandone i miti: con la forza di una scrittura che alterna a un ritmo incalzante immagini piene di poetica malinconia, Ernaux dimostra i meccanismi che, complice il tempo che passa, imbrigliano nella trappola dell’abitudine anche i rapporti partiti con le migliori premesse. Non solo: il matrimonio, almeno all’epoca in cui la scrittrice ne ha fatto esperienza, resta uno dei luoghi in cui la differenza fra i sessi si esprime in tutta la sua disarmante realtà.

L’argomento è di primo ordine per le madri delle ragazze borghesi che la protagonista, alter ego di Annie, frequenta a scuola: le fanciulle crescono bene addomesticate, aspirando al fatidico “sì” prima che a qualsiasi altra cosa. Rispetto alla eccezionale modernità di un modello genitoriale non imbrigliato nel gioco dei ruoli, Annie adolescente si fa paradossalmente dubbiosa, arrivando a credere che le manchi qualche cosa: le sue compagne hanno maggiore dimestichezza con la cucina, le pulizie domestiche, i tessuti, i prodotti per l’igiene; sanno inoltre come si fa una maionese, come si pela una carota alla perfezione. Lei si sente diversa, e l’amica Brigitte non manca di sottolineare la sua inadeguatezza:

“Come farai poi quando sarai sposata? La gran frase di una logica inconfutabile, per mettervi il naso nella cacca, neanche un uovo alla coque, bene bene, vedrai se piacerà a tuo marito la zuppa ai sassi!”[43]

La protagonista, alla ricerca della propria identità in un percorso di ostinata opposizione rispetto al modello materno, tenta dunque di staccarsene, ed eccola, un’estate, attraversata da un insolito furore casalingo che la porta a riordinare, pulire, preparare mousse al cioccolato, smaniosa di allinearsi ai modelli femminili che la circondano e che costituiscono un’ alternativa alle donne “du dehors” della sua tradizione familiare.[44] Ma si tratta di una involuzione temporanea, poiché lo studio e la realizzazione personale si confermano presto gli obiettivi più importanti. Forgiata dalla poesia, dalla filosofia e dalla letteratura e allevata dalla preveggente saggezza materna all’insegna dell’indipendenza, della libertà e dell’autonomia, Annie diventa una donna profonda e consapevole, ben più ambiziosa delle sue compagne. Le seminerà tutte quelle del liceo, che andranno sposate una alla volta a questo o a quel partito, in un destino comune scritto fin dalla nascita per ogni ragazza cresciuta a Yvetot. Tutto questo le complicherà non poco la vita naturalmente, del resto ogni anima grande ha da scontare il peso della propria complessità. 

La contrapposizione fra la natura indipendente e la certezza, inculcatale dalla madre, che il matrimonio è la legge della vita[45], fra il desiderio di una professione di insegnante e il timore che essa possa comprometterlo[46] è molto forte, e Annie, liceale prima e poi giovane donna, si sente “piena di contraddizioni”[47]. Le esperienze amorose sono spesso deludenti: la lettura di De Beauvoir l’ha resa esigente, “niente amore con chi vi prende per un oggetto”[48], tuttavia trovare un compagno con cui sia possibile uno scambio profondo non è facile.

“Reciprocità zero”, dirà di uno dei tanti, e dopo aver pazientato, aver cercato di essere “come tu mi vuoi” (mi piaci in nero, fatti uno chignon, staresti bene con un vestito lilla) -, si stuferà e manderà tutto all’aria: “ma così mi fa schifo, e i tuoi western mi rompono le palle”.[49]

Nel frattempo la studentessa universitaria si gode la libertà, non dover cucinare e lavare per nessuno, cenare sul divano con uno yogurt o una baguette, tenere i piedi sulla tavola o bere un tè a letto leggendo Kafka. E poi cinema, biblioteca, viaggi a Roma e Madrid con le compagne, e, naturalmente, flirt, avventure, amori senza impegno, in uno stile di vita che non ha nulla da invidiare a quello dei ragazzi e ancor meno a quello delle donne sposate, per le quali prova un “brivido di desolazione”.[50]

“Sì, vivevo esattamente come i ragazzi della mia età, una studentessa che se la cava con i soldi dello Stato, l’aiuto modesto dei genitori, facendo la baby-sitter o i sondaggi, va al cinema, dorme e balla, sgobba per dare gli esami, e giudica ridicola l’idea del matrimonio”.[51]

L’incontro con Pascal (alias Philippe Ernaux, con il quale resterà sposata diciott’anni e dal quale avrà due figli), ambizioso e raffinato studente della borghesia di Bordeaux, sarà fatale: stessi interessi, stessi gusti musicali, lunghe conversazioni, idee comuni sulla parità fra i sessi. Innamorati, dopo un periodo di fidanzamento si ritrovano a ragionare assieme sul futuro, sulla prospettiva di invecchiare assieme.

“L’aria era dolce e azzurrina sul cours Victor Hugo, la sessione degli esami di ottobre stava per terminare e come al solito, bevevamo un succo al Montaigne. Lui guardava la strada e le auto stiracchiando e lisciando la barba bionda. Di colpo ha detto, “Lo dice Camus che amare un altro essere umano significa accettare di invecchiare con lui. Una frase giusta. Non trovi?”. Trattengo il respiro. “Dovremmo sposarci, che ne dici?”. Quella mollezza che mi scioglie di colpo nella mia poltrona di giunco, la gioia inconfessabile mascherata da un “dovremmo rifletterci”, me ne ricordo. Il futuro, la vecchiaia stessa assomigliavano a quel giorno dorato. La breve frase di Camus risplendeva di una poesia lontana, delicata. Invecchiare insieme, come una grazia che mi piombava addosso di colpo, nemmeno un barlume di lucidità”.[52]

A un primo approccio romantico con l’idea del matrimonio seguono i dubbi per entrambi[53], ma come accade spesso, a quel sogno di felicità si vuole credere a tutti i costi. La protagonista riflette, e nel valutare pro e contro finisce per imputare la sua reticenza all’immaturità di chi non ha raggiunto ancora l’equilibrio, sforzandosi di trovare una positività che ha il sapore del desiderio e della speranza:

                                                            Con il marito Philippe Ernaux. Immagini tratte dall’antologia Écrire la vie, Gallimard, Paris 2011

“I timori ed i presagi li ho soffocati tutti. Sublimati. D’accordo, quando vivremo assieme non avrò più la stessa libertà, tanto tempo per me, dovrò pensare a fare la spesa, a cucinare, a pulire, un po’. E allora sbuffi, cavallina, non sei coraggiosa, un sacco di ragazze riescono a “conciliaretutto con il sorriso sulle labbra, e non ne fanno un dramma come te. Anzi, loro esistono veramente. Mi convinco che con il matrimonio mi libererò di questo io che gira a vuoto, che si fa domande, un io inutile. E raggiungerò l’equilibrio. L’uomo, spalle solide, anti-metafisico, dissipatore di pensieri tormentosi, si sposi pure, dunque, così si calmerà, ti spariranno perfino i brufoli, non posso fare altro che ridere, confusamente ci credo”[54].

Basteranno pochi mesi per comprendere che l’esaltazione dei "valori femminili" come prerogativa del matrimonio è una sciocchezza, che si tratta di una pura illusione:

“Certo, io studio La Bruyère o Verlaine nella stessa stanza con lui, due metri più in là. La pentola a pressione, utile regalo di matrimonio lo vedrete, borbotta sul gas. Uniti, uguali. La suoneria stridente del timer, altro regalo. Finita la somiglianza. Uno dei due si alza, spegne la fiamma sotto la pentola, attende che la valvola impazzita rallenti, apre il coperchio, passa il brodo e ritorna ai propri libri chiedendosi dov’era rimasto. Si tratta di me. Ecco, la differenza era partita[55]”.

Qualcosa è andato perduto per sempre, e l’immagine che lo rivela è quella della pubblicità di un prodotto solare: Annie sente di non potersi più identificare in quelle ragazze libere e spensierate che si abbronzano sulla spiaggia, piuttosto lei, donna sposata, sarebbe perfetta per una reclame di prodotti per la casa.

“Alla radio una voce roca cantava Erano belle le ragazze sulla riva del mare…. Pulivo i fagiolini, dalla finestra della cucina intravedevo i giardini, le villette. In quel momento sulla sabbia di Lacanau o di Pyla, alcune ragazze risplendevano al sole e si abbronzavano, libere. Una pubblicità chromo di un prodotto solare naturalmente. Ma sentivo che non sarei più stata una ragazza in riva al mare e che sarei piuttosto scivolata dentro un’altra immagine, quella della giovane donna che lustra sorridente così come appare nelle pubblicità di prodotti per la casa. Da un’immagine all’altra c’è tutta la storia di una formazione in cui io sono stata rimodellata".[56].

Ora si tratta di organizzarsi, escogitare trucchi per guadagnare tempo: fare la scorta nella dispensa, avere un coniglio pronto per le visite impreviste, correre senza tregua per ritagliarsi piccoli spazi per sé. Sempre che il bambino non si svegli all’improvviso dal riposino pomeridiano. Non è tanto il ruolo di madre a pesarle, quanto il fatto di essere totalmente investita della responsabilità del figlio, di cui è la sola a occuparsi.

“Annecy lui l’ha scoperta girando tranquillo, le mani in tasca, dopo l’orario di lavoro, in tutta libertà. Quanto a me, conoscevo solo strade adatte alla carrozzina e fiancheggiate da negozi dove fare la spesa, macelleria, farmacista, pulitura a secco, insomma, strade utili”.[57]

Il marito dà per scontato che sia sempre la moglie a occuparsi del menage familiare, e tanto più lei sarà efficiente e capace, tanto più lui si sottrarrà a ogni incombenza. Ed ecco la protagonista, la donna emancipata, colta, ambiziosa e indipendente, scivolare lentamente nel più prevedibile dei cliché.

“In fondo non abitavamo nello stesso appartamento. Lui si accendeva una sigaretta, lambiva con lo sguardo la luce tenue, i riflessi dei mobili, andava a pisciare nella porcellana splendente, si lavava le mani in un lavandino reso immacolato tutti i giorni, attraversava il pavimento lindo del corridoio, e leggeva Le Monde in sala. Poteva gustarsi la casa in tutto il suo calore, mettersi a proprio agio, come si sta bene a casa propria. Non aveva lavato, strofinato o spalato letame ovunque. Solo il piacere.”[58]

Come nella maggior parte delle coppie, seguiranno altri progetti. Una nuova casa, un trasferimento, il secondo figlio e sarà di nuovo amore, tenerezza, speranza. L’impegno si rinnova, si cerca di mantenere l’armonia, evitare i litigi, essere disponibili… Ma la maternità è anche solitudine, esclusione dal mondo che nel frattempo continua a girare al di fuori del lettino, del passeggino, del parco giochi.

“Nessuna curiosità, nessuna scoperta, nient’altro che la necessità.”[59]

“La vita, la bellezza del mondo. Tutto stava fuori da me. Non c’era più nulla da scoprire.”[60]

La sensazione di sentirsi finita anzi tempo è a un passo, e Annie osserva con orrore quelle donne patetiche, dal parrucchiere, con le chiome riversate nei lava teste, occhi chiusi contornati da rughe ormai impossibili da nascondere, simboli e icone di qualcosa che lei, a poco a poco, diventerà:

“Sono finiti senza che me ne accorgessi gli anni della formazione. Dopo, l’abitudine. Una somma di piccoli rumori all’interno della casa, macinacaffè, pentole, prof discreta, moglie di un quadro, vestita Cacharel o Rodier fuori. Una donna di ghiaccio."[61]



Note

[1] L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 91

[2]Écrire, Écrire pour quoi,[2]a cura di Raphaëlle Rérolle, Éditions de la Bibliothèque publique d’information/Centre Pompidou, Paris 2010.

[3] Si legga a riguardo l’interessante saggio “De corps à corps. Réceptions croisées d'Annie Ernaux” di Isabelle Charpentier in: Politix. Vol. 7, N°27. Troisième trimestre 1994, pp. 45/75. La studiosa dimostra come il testo Passion simple, Gallimard, Paris 1991 ( qui consultato nella traduzione di Idolina Landolfi Passione semplice, Bur Narrativa, Milano 2004), che registrò un successo di vendite strepitoso - 140.000 copie in sole sei settimane -, abbia segnato una virata nella ricezione dell’opera di Annie Ernaux, spezzando addirittura la critica in due fronti, entusiasti (J. Savigneau du Monde, B. de Saint-Vincent del Quotidien de Paris) e detrattori (Q.-J. Brochier e J.-D.Wolfromm del Magazine littéraire).

[4] L’espressione è mutuata dal saggio di Simone de Beauvoir Le deuxième sexe, che Ernaux legge da ragazza.

[5]Écrire, Écrire pour quoi”,[5] op. cit., p. 8, Testo originale: “J’ai souffert de faire partie du deuxième sexe (La Femme gelée), de ne pas comprendre la domination masculine, et l’écriture est un moyen assez naturel de rétablir un équilibre – je ne veux pas dire l’égalité. Il s’agissait d’écrire sans souci de ce que « doit » écrire une femme (…).”

[6] Il «si» in questo caso è il «si» impersonale, l’ «on», utilizzato in francese in alternativa al «noi», «nous».

[7] L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 58, testo originale: “Ce qui compte, c’est l’intentionnalité d’un texte, qui n’est pas dans la recherche du moi ou de ce qui me fait écrire, mais dans une immersion dans la réalité supposant la perte du moi (…) et une fusion dans le «on», le «nous».

[8] L’événement, Gallimard, Paris 2000, qui consultato in Écrire la vie, op. cit., pp 318,19, testo originale: “J’ai fini de mettre en mots ce qui m’apparaît comme une expérience humaine totale, de la vie et de la mort, du temps, de la morale et de l’interdit, de la loi, une expérience vécue d’un bout à l’autre au travers du corps. J’ai effacé la seule culpabilité que j’aie jamais éprouvée à propos de cet évenément, qu’il me soit arrivé et que je n’aie rien fait. Comme un don reçu et gaspillé. Car par-delà toutes les raisons sociale set psychologiques que je peux trouver à ce que j’ai vécu, il en est une dont je suis sûre plus que tout: les choses me sont arrivées pour que j’en rende compte. Et le veritable but de ma vie est peut-être seulement celui-ci: que mon corps, mes sensations et mes pensées deviennent de l’écriture, c’est-à-dire quelque chose d’intelligible et de général, mon existence complètement dissoute dans la tête et la vie des autres”.

[9] La femme gelée, op. cit., p. 340, testo originale: “Mon velo, merveilleux instrument de rêve. (…) je dévide mes histoires exotiques au rythme de mes jambes.”

[10] ibid., p. 336, testo originale: ”Elle me disait, les yeux brillants, «c’est bien d’avoir de l’imagination» (…).”

[11] Ibid., p. 340,1

[12] Gli armadi vuoti op., cit., pp. 95,96

[13] ibid., pp. 32/6

[14] La femme gelée, op. cit., pp 345,3466, testo originale: “ Il y avait celles qui montraient et celles qui regardaient, celles qui se lassaient toucher et celles qui touchaient (…). Quelle peur d’être decouvertes en pleine séance instructive par le parents, dis donc ils nous mettraient en maison de correction, et on riait bravement. Impossible de résister à la curiosité de notre corps.”

[15] Gli armadi vuoti, op. cit., pp. 80,81

[16] Si leggano le pagine 345-346 di La femme gelée in cui Ernaux racconta, non senza ironia, l’educazione ricevuta a casa e a scuola.

[17] L’onta, op. cit., p. 74

[18] La femme gelée, op. cit., p. 355, testo originale: “Les petites filles doivent être transparentes pour être hereuses. Tant pis. Moi je sens qu’il est mieux pour moi de me cacher. (…) j’avais une trouille bleue que la Vierge m’apparaisse, après j’aurais été obligée d’étre une sainte et je n’y tenais pas. Je voluais voyager, manger des papayes et du riz avec des baguettes, me servir de mon mien, et devenir docteur ou institutrice. De leur discours, j’en prends donc et j’en laisse.”

[19] Ibid., p 345, testo originale: “…ma tenacité pour résister à l’idéal de la petite fille angélique (…).”

[20] L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 93, testo originale: “Le féminisme n’a pas eu de mot pour moi d’abord, mais un corps, une voix, un discours, une façon de vivre, dès ma venue au monde: ceux de ma mère.”

[21] Idem, testo originale: “… la liberté de lire autant et tout ce que je voulais, l’absence totale de travaux dits féminins, l’ignorance de la couture, de la cuisine, etc., la valorisation des études et de l’indépendance matérielle pour une femme.”

[22] Idem, testo originale: “Violence de ma mère, douceur de mon père: les stéréotypes masculin-féminin étaient mis-à-mal dans mon expérience du monde.”

[23] Idem, pp. 93,4, testo originale: “Et j’ai rencontré Beauvoir (…) dans Le deuxième Sexe, à dix-huit ans. Je me souviens de cette expérience de lecture, dans un mois d’avril pluvieux, comme une révélation. Tout ce que j’avais vécu les précédentes années dans l’opacité, la souffrance, le mal-être, s’éclaircissait brusquement. De là me vient, je crois, la certitude que la prise de conscience, si elle ne résout rien en elle-même, est le premier pas de la libération, de l’action. (…) En un sens, le modèle maternel et le texte beauvoirien se sont rejoints, ancrant en moi un féminisme vivant (…) et qui a été renforcé par les conditions dans lesquelles j’ai avorté clandestinement”.

[24]In Lire, aprile 2000, a cura di Catherine Argand, testo originale: “Dans la société des années 1960, les femmes, qui n'ont pas alors la maîtrise de la procréation, sont à la merci des hommes.”

[25] La femme gelée, op. cit., p. 339, testo originale: “Mais je cherche ma ligne de fille et de femme et je sais qu’une ombre au moins n’est pas venue planer sur mon enfance, cette idée que les petites filles sont des êtres doux et faibles, inférieurs aux garçons. Qu’il y a des différences dans les rôles. Longtemps je ne connais pas d’autre ordre du monde que celui où mon père fai la cuisine, me chante Une poule sur un mur, où ma mère m’emmène au restaurante et tient la comptabilité”.

[26] ibid., op. cit., p. 354, testo originale: “Corps pour rien”.

[27] ibid., op. cit., p 355, testo originale: “ La tache, le mot lancinant, Marie sans tache”.

[28] Ce qu’ils disent ou rien, op. cit., p. 130, testo originale: “La seule grosse faute qu’elle ne porrai jamais me pardonner, que j’aie du plaisir.”

[28bis] ibid., testo originale: "Les filles n'ont pas le droit. La propreté morale."

[29] La femme gelée, op. cit., p. 371, testo originale: “L’idée d’inegalité entre les garçons et moi, de différence autre que physique, je ne la connaissais pas vraiment pour ne l’avoir jamais vécue. Ca a été une catastrophe.”

[30] L’événement, op. cit., p. 276, testo originale: "Dans l'amour et la jouissance, je ne me sentais pas un corps intrinsèquement différent de celui des hommes."

[31]La legge Veil (dal nome dell'allora ministra della Sanità, Simone Veil, che la presentò), che rese possibile interrompere lagravidanzaentro le prime dieci settimane (successivamente estese a dodici), risale al ‘74.

[32] "Annie Ernaux: J'ai toujours été persuadée que rien n'était jamais gagné pour les femmes»”, a cura di Mina Kaci, pubblicata il 3 febbraio 2014 in l’Humanité.it, testo originale: “Je voulais témoigner. Cette expérience a changé ma vie d’une façon extrême: il y a un avant et un après. D’où le titre: l’événement. J’ai été confrontée à l’inimaginable, à l’inouï. On sait que l’on peut en mourir, mais on affronte quand même la mort. On a du mal à comprendre ce qu’est l’absence de loi, ce que signifie être totalement dans l’illégalité, dans la quête d’une personne pour vous donner l’adresse d’une avorteuse, ou pour vous prêter de l’argent. Une femme dans mon quartier, à Yvetot, a été trouvée morte sur la table. Elle avait deux enfants.”

[33] L’événement. P. 316, testo originale: “J’écoutais dans ma chambre La Passion selon saint Jean de Bach. Quand s’élevait la voix solitaire de l’Évangéliste récitant, en allemand, la passion du Christ, il me semblait que c’était mon éprouve d’octobre à janvier qui était racontée dans une langue inconnue. Puis venaient les chœurs. Wohin! Wohin! Un horizon immense s’ouvrait, la cuisine du passage Cardinet, la sonde et le sang se fondaient dans la souffrance du monde et la mort éternelle. Je me sentais sauvée”.

[34] L’événement, op. cit., p. 302, testo originale: “Je suis parvenue à l’image de la chambre. Elle excède l’analyse. Je ne peux que m’immerger en elle. Il me semble que cette femme qui s’active entre mes jambes qui introduit le spéculum, me fait naître.”

[35] ibid., p. 315, testo originale: “Un seul souvenir des jours passés chez mes parents, après l’hôpital. Je suis à demi étendue sur mon lit, la fenêtre ouverte, lisant Poésis de Gérard de Nerval, dans la collection 10-18. Je regarde mes jambes en collant noir allongées au soleil, ce sont celles d’une autre femme”.

[36] L’autrice fa riferimento a un test dell’HIV anche in L’occupation, Gallimard, Paris 2002, facendo comprendere chiaramente che sottoporsi ad esso è una consuetudine: “È diventata un’abitudine simile a quella di andare a confessarmi che avevo da adolescente, una sorta di rito di purificazione”. (P 72) . Testo originale: “C’est devenu une habitude semblable à celle que j’avais adolescente d’aller à confesse, una sorte de rite de purification”.

[37] L’événement, op. cit., p. 271 (il sottolineato è mio)

[38] idem

[39] L’événement, op. cit., pp. 272,273, testo originale: “Il me semblait qui cet homme que j’avais accepté de revoir avec lassitude n’etait venu d’Italie que pour me donner le sida”.

[40] La scrittrice non manca di menzionare amanti occasionali. In L’occupation (pp. 61,2) accenna a L., di passaggio in Francia, che non vedeva da anni, affermando di aver fatto l’amore con lui per dimenticare W, in un rituale di “purgazione delle passioni”.

[41] Les années, Gallimard, Paris 2008, qui consultato in ”Écrire la vie”, op. cit., p 1046, testo originale: “De toutes les peurs répertoriées, celle du sida était la plus forte. Les visages émaciés et transfigurés des mourants célèbres, d’Hervé Guibert à Freddy Mercury — dans son dernier clip tellement plus beau qu’avant avec ses dents de lapin—, manifestaient le caractère surnaturel du «fléau», premier signe d’une malédiction jetée sur la fin du millénaire, un jugement dernier. On s’écartait des séropositifs — trois millions sur la terre — et l’État s’évertuait en spots moraux à nous convaincre de ne pas les prendre pour des pestiférés. La honte du sida en remplaçait une, oubliée, de la fille enceinte sans être mariée. Être soupçonné de l’avoir valait condamnation Isabelle Adjani a-t-elle le sida? Rien que de passer le dépistage était suspect, l’aveu d’une faute indicible. On le faisait en cachette à l’hôpital sous un numéro, sans regarder ses voisins de salle d’attente. Seuls les contaminés par transfusion dix ans plus tôt avaient le droit à la compassion et les gens se soulageaient de la peur du sang des autres en applaudissant à la comparution en Haute Cour de ministres et d’un médecin pour «empoisonnement». Mais somme toute, on s’accommodait. On prenait l’habitude d’avoir un préservatif dans son sac. On ne le sortait pas, l’idée de s’en servir paraissant d’un seul coup inutile, une insulte au partenaire — regrettant aussitôt après, passant le test, attendant le résultat avec la certitude qu’on allait mourir. A l’annonce que non, exister, marcher dans la rue était d’une beauté et d’une richesse sans nom. Mais entre la fidélité et le préservatif, il fallait choisir. Au moment où il était impératif de jouir de toutes les façons, la liberté sexuelle redevenait impraticable.”

[42] Il titolo stesso, La femme gelée, è evidente richiamo al celebre La femme rompue, Una donna spezzata.

[43] La femme gelée, op. cit., p. 367, testo originale: “Comment tu feras plus tard quand tu seras mariée? La grande phrase de logique irréfutable, pour vous mettre le nez dans la caca, pas un oeuf à la coque, bien bien, tu verras si ça plaira à ton mari la soupe aux cailloux!”.

[44] Si veda quanto riportato nel cap. “Tutto su mia madre – La grande madre” di questo saggio.

[45] La femme gelée, op. cit., p. 369, testo originale: “Le mariage c’est la loi de la vie”.

[46] ibid., p. 368, testo originale: “Les institutrices ne se marient pas”.

[47] ibid., p. 383, testo originale: “pleine de contradditions”

[48] ibid., p. 384, testo originale:” … pas non plus d’amour avec quelqu’un qui vous prends comme objet.”

[49]idem, testo originale: “(…) Reprocité zero ”, (…) “comme tu me veux (je t’aime en noir, fais–toi un chignon, tu serais bien avec une robe violette),” (…), “mais ça me fait chier et tes westerns m’emmerdent.”.

[50] ibid., p. 389, testo originale: “J’éprouve un frisson de désolation, comment peuvent-elles vivre comme ça.”

[51] ibid., p. 390, testo originale: “Oui, je vivais de la même manière d’un garçon de mon âge, étudiant qui se débrouille avec l’argent de l’État, l’aide modest des parents, le baby-sittyng et les enquêtes, va au cinema, lit, danse, et bosse pour avoir ses examens, juge le mariage une idée buffonne.”

[52] ibid., p. 395, testo originale: “L’air était doux et bleuté sur le cours Victor-Hugo, la session des examens d’octobre venait de finir, on buvait un jus comme d’abitude, au Montaigne. Il regardait la rue, les voitures, en étirant et lissant sa barbe blonde. Brusquement il a dit: “C’est de Camus ça, aimer un être c’est accepter de vieillir avec lui. Une phrase juste. Tu ne trouve pas?” J’ai le souffle retenu. “On devrait se marier, qu’est-que tu en penses?” Cet mollesse qui me liquéfie subitement dans mon fauteuil de rotin, ma joie inavouable masquée d’un: “il faut qu’on y réfléchisse”, je m’en souviens. L’avenir, la vieillesse même ressemblaient à ce jour dorée. Elle resplendissait d’une poésie lontaine, délicate, la petite phrase de Camus. Viellir ensamble, comme une grace qui fondait sur moi d’un seul coup, pas une once de pensée claire.[52]

[53]ibid., p. 396, testo originale: “ Ils sont vite venues les doutes, des deux côtés.”

[54] ibid., p. 397, testo originale: “Toutes les craintes, les pressentiments, je les ai étouffés. Sublimés. D'accord, quand on vivra ensemble, je n'aurai plus autant de liberté, de loisirs, il y aura des courses, de la cuisine, du ménage, un peu. Et alors, tu renâcles petit cheval tu n'es pas courageuse, des tas de filles réussissent à tout "concilier", sourire aux lèvres, n'en font pas un drame comme toi. Au contraire, elles existent vraiment. Je me persuade qu'en me mariant je serai libérée de ce moi qui tourne en rond, se pose des questions, un moi inutile. Que j'atteindrai l'équilibre. L'homme, l'épaule solide, anti-métaphysique, dissipateur d'idées tourmentantes, qu'elle se marie donc ça la calmera, tes boutons même disparaîtront, je ris forcément, obscurément j'y crois.”

[55] ibid., p. 400, testo originale: “ D’accord je travaille La Bruyère ou Verlaine dans la même pièce que lui, à deux mètres l’un de l’autre. La cocotte -minute, cadeau de mariage si utile vous verrez, chantonne sur le gaz. Unis, pareils. Sonnerie stridente du compte-minutes, autre cadeau. Finie la ressemblance. L’un des deux se lève, arrête la flamme sous la cocotte, attend que la toupie folle ralentisse, ouvre la cocotte, passe le potage et revient à ses bouquins en se demandant où il en était resté. Moi. Elle avait démarré, la différence”.

[56] ibid., p. 403, testo originale: “À la radio, une voix rauque chantait, «Z’étaient belles les filles du bord de mer…». J’épluchais les haricots verts, par la fenêtre de la cuisine, j’apercevais les jardins, les pavillons. En ce moment sur le sable de Lacanau ou du Pyla, des filles luisaient, bronzaient, libres. Le chromo produit solaire, bien sûr. Mais je sentais que je ne serais jamais plus une fille du bord de mer, que je glisserais dans une autre image, celle de la jeune femme fourbisseuse et toujours souriante des publicités pour produits ménagers. D’une image à l’autre, c’est l’histoire d’un apprentissage où j’ai été refaite.”

[57] ibid., p. 420, testo originale: “Annecy, il l’a découvert les mains dans les poches, tranquille, après son travail, tout l’espace était libre devant lui. Moi je ne connaissais que des rues à poussette et à courses, celle du boucher, du pharmacien, du pressing, des rues utiles.”

[58] ibid., p. 421, testo originale: “On n’habitait pas le même appartement en fin de compte. Lui il allumait une cigarette, il promenait ses regards sur la lampe douce, les reflets des meubles, il allait pisser dans la porcelaine étincelante, se laver les mains dans un lavabo rendu vierge tous les jours, il traversait le carrelage propre du couloir et lisait Le Monde dans le living. Il pouvait goûter son intérieur dans toute sa chaleur, s’y épanouir à l’aise, ce qu’on est bien chez soi. Il n’avait ni lavé, ni frotté, joué les fouille-merde dans tous les coins. Que le plaisir.”

[59] ibid., p. 418, testo originale: “Ni curiosité, ni découverte, rien que la nécessité…”.

[60] ibid., p. 419, testo originale: “La vie, la beauté du monde. Tout ètait hors de moi. Il n’y avait plus rien à découvrir”.

[61] ibid., p. 433, testo originale: “Elles ont fini sans que je m’en aperçoive, les années d’apprentissage. Après c’est l’habitude. Une somme de petits bruits à l’intérieur, moulin à café, casseroles, prof discrète, femme de cadre vêtue Cacharel ou Rodier au-dehors. Une femme gelée.”


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