Capitolo 3


Soprattutto, "colpevole".



"La vergogna più grande è essermi vergognata dei miei genitori[1]



3.1. Nevrosi di classe

Se il primo romanzo di Annie Ernaux, Gli armadi vuoti, pullula di vergogna, odio e disprezzo verso la sua famiglia e l’ambiente d’origine, esso rivela anche le dolorose conseguenze di questi sentimenti estremi, un malessere profondo che accompagnerà l’autrice nel corso di tutta la vita e le cui manifestazioni sono riconducibili, per molti aspetti, alla cosiddetta “nevrosi di classe”[2].

L’espressione è di Vincent de Gauléjac, sociologo francese che nell’omonimo saggio ha cercato di dimostrare come questo disagio, che si verifica in particolare in situazioni di ascesa o declassamento sociale, sia rintracciabile nell’esperienza della scrittrice.

Nel percorso esistenziale di Annie Ernaux assistiamo infatti da una parte alla spinta verso la riuscita sociale, con una grande determinazione a evolversi rispetto all’umile condizione del suo milieu familiare e culturale (il padre e la madre sono due proletari con una scolarizzazione minima, un faticoso vissuto di ex contadini ed ex operai e un conquistato presente di commercianti nella periferia di Yvetot), dall’altra al tentativo di restare fedele alle proprie origini, al punto che Ernaux, che pur passa dalla classe dei “dominati" a quella dei "dominanti", non smetterà mai di denunciare le ingiustizie e le prevaricazioni della seconda sulla prima, in una adesione al mondo borghese e intellettuale che non sarà mai nè ossequiente nè incondizionata.

Nella situazione specifica della scrittrice, i due processi si manifestano come forze uguali e contrarie, dunque destinate ad annientarsi a vicenda, tanto più quando l’onta e l’umiliazione irrompono nella beata inconsapevolezza della sua vita di bambina, radicandosi in lei in modo sempre più forte e invasivo e condannandola per molto tempo all’impossibilità di mediazione: nessun compromesso fra l’identità ereditata e quella in acquisizione, bensì una insanabile separazione fra due mondi che restano lontani e incapaci di comunicare, tanto che, a un certo punto, Ernaux dovrà fare la sua scelta, per quanto dolorosa:

“È probabile che non ci sia mai stato equilibrio tra i due mondi. Ma poi mi è toccato sceglierne uno, almeno come punto di riferimento, era impossibile evitarlo. Se avessi scelto quello dei miei genitori (…), di quelli che andavano solo a vino rosso di qualità scadente, allora non sarei mai dovuta riuscire nello studio e non mi avrebbe dato fastidio vendere patate dietro al bancone, certamente non mi sarei iscritta all’università. Bisognava odiare la bottega, il bar, la miserabile clientela che compra a credito”[3].

Se nel romanzo d’esordio pubblicato a 34 anni Ernaux parla esplicitamente e con grande sincerità di tutto questo, liberandosi dal peso di un lungo e sofferto silenzio, è altrettanto vero che la messa a nudo della sua verità più urgente, la vergogna, nulla toglie al suo disagio esistenziale: il senso di colpa, primo effetto della sua ostilità per tutto ciò che rappresenta il passato e del rinnegamento dello stesso, non verrà mai meno nell’autrice, rivelandosi anzi, con il tempo, una delle più potenti leve alla base della sua scrittura:

“Io credo che questo senso di colpa sia definitivo (…), esso sta alla base della mia scrittura…”[4]

Il tema della colpa si intreccia costantemente a quello dell’umiliazione, dell’onta, della rabbia e del tradimento, in un insieme di fili che costituiscono il tessuto semplicemente umano e vero da cui prenderanno vita alcune fra le più intense opere di Ernaux.

La sua scrittura nasce dunque in seno a quel circolo vizioso che dalla vergogna produce rabbia e dalla rabbia produce sensi di colpa e dolore senza soluzione di continuità, come spiegherà a proposito di uno dei suoi libri più importanti, Il posto, dedicato al padre:

“Io credo che tutto in Il posto, la sua forma, la sua voce, il suo contenuto, sia nato dal dolore. Quello che mi è venuto da adolescente quando ho iniziato ad allontanarmi da mio padre, ex operaio, padrone di un bar-drogheria. Dolore senza nome, un insieme di colpa, di incomprensione e di rivolta (perché mio padre non legge, perché ha dei «modi rozzi»). Dolore di cui si prova vergogna, che non si può confessare né spiegare a nessuno.[5]


3.2. Trecce di vergogna[6]

Di seguito alcuni passi dai principali testi in cui Ernaux parla della “vergogna”.

GLI ARMADI VUOTI
  • Hanno fatto tutto per me… Cenano sulla tela cerata con le margheritine stampate, mangiato pollo con piselli extrafini, i migliori (…), e poi cominciano a insultarsi. È come se li vedessi. Non voglio pensare a loro, al loro commercio. Non c’è nessun legame tra le mura nuove e pulite che ci sono qui, con l’angolo della toilette in nichel, gli scaffali con i libri. Qui sono una studentessa, non la figlia dei Lesur. (p. 14)
  • Le risate, la gioia, poi all’improvviso tutto torna su come latte acido, mi vedo, mi vedo e so di essere diversa dalle altre… Non voglio crederci, perché mai non dovrei essere come loro, ma è come avere un sasso nello stomaco, sentire le lacrime che bruciano. Non è più come prima. questa è umiliazione. L’ho conosciuta e provata a scuola… (p. 73)
  • “Cosa fa tuo padre? Il droghiere, carino, devi mangiarne di dolciumi tu” (…), all’improvviso, parole come pugnalate che mi si ripercuotono dentro per ore, che mi fanno morire di vergogna. “E c’è anche il bar? Allora ci saranno anche gli ubriaconi. Che schifo!” (…) ”Nel quartiere Clopart? Dove rimane? Non è in centro? Allora è proprio una botteguccia!” (p. 75)
  • Quando entro in classe divento meno di niente, chiudo gli occhi e un pulviscolo grigio mi si addensa sulle palpebre. Lascio il mio vero mondo dietro la porta e in quella scuola non so come devo comportarmi. Vagonate di umiliazioni (…) (p. 77)
L’ONTA
  • La cosa peggiore che capita quando ci si vergogna, è che si crede di essere i soli a provare questo sentimento. (p.103)
  • Una volta che si è entrati nella vergogna, si prova questa sensazione: l’impressione che ora tutto ormai possa accadere, che non vi possa mai essere una fine, che all’onta sia necessario aggiungere un’onta maggiore. (p. 107)
  • È inutile continuare. L’onta non è altro che accumulo o ripetizione. 
  • Tutto nella nostra esistenza è diventato un segno di vergogna… (p.123)
  • Era normale provare vergogna, come se si trattasse di una conseguenza insita nel mestiere stesso dei miei genitori, nelle loro difficoltà finanziarie, nel loro passato di operai, nel loro modo di essere (…). La vergogna è diventata per me un modo di vivere. Al limite, non me ne accorgevo neanche più, era dentro di me. (p. 124)
IL POSTO
  • Nello scrivere, una via stretta tra la riabilitazione di un modo di vivere considerato come inferiore e la denuncia dell’alienazione che l’accompagna. Poiché quella maniera di vivere era la nostra, persino felice, ma anche umiliata dalle barriere della nostra condizione (consapevolezza che “da noi non è abbastanza come si deve”), vorrei dirne allo stesso tempo la felicità e l’alienazione. E invece, l’impressione di volteggiare da una sponda all’altra di questa contraddizione. (p. 50)
  • Il timore di essere fuori posto, di avere vergogna. Un giorno è salito per errore in prima classe con un biglietto di seconda. Il controllore gli ha fatto pagare il supplemento. Altro ricordo di vergogna: dal notaio ha dovuto apporre a un documento il suo primo formale "letto e approvato", prima della firma, non sapeva come scriverlo correttamente, ha scritto "ha provato". Imbarazzo, ossessione di quell'errore, sulla strada del ritorno. L'ombra dell'indegnità. (p. 54-5)
  • Parlare sempre con precauzione, indicibile timore della parola sbagliata, dell'effetto catastrofico pari a quello di lasciarsi sfuggire un peto (p. 58)
  • Sto emigrando lentamente verso un modo piccolo borghese, ammessa alle feste danzanti la cui unica condizione d’accesso, tuttavia così difficile, consiste nel non essere sfigati (…) (p. 73)
  •  Mio padre è entrato nella categoria delle persone semplici, o modeste, la brava gente. Non osava più raccontarmi le storie della sua infanzia. Non gli parlavo più dei mie studi (p. 74)
  • Rivelava soprattutto un’inferiorità che le mie compagne riconoscevano loro malgrado, ad esempio quando lo sentivano dire “buon giorno, come la sta?”
  • Un giorno, con sguardo fiero: “Non ti ho mai fatto vergognare” (p. 87)
  •  Mi sentivo separata da me stessa. (p. 91) 
UNA VITA DI DONNA
  • Mia madre mi sembrava volgare, distoglievo lo sguardo, quando stappava una bottiglia tenendola ferma tra le gambe. Mi vergognavo del suo modo brusco di comportarsi e di parlare, soprattutto perché sentivo di assomigliarle. Le rimproveravo quello che, accingendomi a migrare in un ambiente diverso, cercavo di non apparire. (p. 44)
  • In certi momenti, sentiva nella figlia che le stava davanti una nemica di classe (p. 45)
  • La madre di mio marito, che aveva la stessa età della mia, era rimasta snella, aveva la faccia curata, le mani levigate (…)
  • Nei confronti di quel mondo, mia madre era combattuta fra l’ammirazione che le ispiravano l’educazione, l’eleganza e la cultura, la fierezza di vedere sua figlia entrarne a far parte, e la paura di essere, malgrado la cortesia con cui la trattavano, disprezzata. (p. 49)
  • Mi ci è voluto molto per capire che mia madre sentiva, in casa mia, il disagio che io avevo sentito, adolescente, “negli ambienti più in su di noi” (come se solo gli “inferiori” dovessero soffrire per una diversità giudicata dagli altri senza importanza.) (p. 54)


3.3. Una posizione scomoda

La problematicità del conflitto dovuto alla posizione dell’ “entre deux[7] che Ernaux occupa in quanto “transfuge de classe”, ovvero come disertrice rispetto al suo milieu sociale, curiosamente sta non tanto nella violenza degli scontri fra un mondo e l’altro (a parte l’episodio che apre L’onta[8], i litigi e le incomprensioni familiari come pure le umiliazioni di cui la scrittrice racconta sono più che altro verbali o fatte di cose non dette, lunghi silenzi, congetture e riflessioni), quanto piuttosto nell’incapacità di metabolizzarne e di gestirne i passaggi: questo porta l’adolescente prima e la giovane donna poi a momenti di profonda insofferenza e a una scissione al limite, talvolta, della schizofrenia:

“Non ero una bambina doppia, ma una bambina dilaniata (…)”[9].

E ancora:

“È come se fossi stata divisa in due, è tutto qui, i miei genitori, una famiglia di operai agricoli e manovali, e poi la scuola, i libri, i Bornin[10]. Il culo su due sedie, è questo che spinge verso l’odio, dover scegliere...”[11]

Non identificarsi più in ciò da cui si proviene significa trovarsi senza riferimenti, senza radici, condizione innaturale per l'individuo che, in quanto animale sociale, non può recidere definitivamente certi legami senza soffrirne. Le cose si complicano ulteriormente quando si tratta degli affetti più stretti, i rapporti genitoriali, dove il distacco definitivo non è possibile se non attraverso l'odio: il tentativo di annichilire e ignorare, spinto alle estreme conseguenze, si ritorce contro il soggetto che lo pratica sotto forma di quel senso di colpa che spinge a rivedere continuamente le proprie posizioni, a mettere in discussione le proprie scelte, dunque la propria identità, ed è aggravato, nel caso di Ernaux, dall’amore che i genitori, nonostante tutto, continuano a provare e a dimostrarle:

“Il gelato colava sui verbi latini della terza coniugazione, me l’aveva portato la mamma correndo a tutta velocità. Facevano qualsiasi cosa per me. Una gran quantità di cose che io ho distrutto…”[12]

Vincent de Gaulejac teorizza in modo assai chiaro il disagio della coesistenza, dentro di sé, di due universi separati ai quali ci si sente contemporaneamente legati ed estranei. Al distacco, favorito da un processo di dis-identificazione e di dis-idealizzazione nei confronti delle figure genitoriali, dei modelli e dei valori dell’universo originario, segue una lacerazione profonda, il dolore di un “io” spaccato in due. Ma lo sdoppiamento si verifica anche nell’altro passaggio, quello dell’accesso al nuovo mondo: la lacerazione in questo caso viene dalla presa di coscienza della propria inadeguatezza, della propria differenza, rimarcata dalle molteplici umiliazioni subite nel confronto con gli altri, con i ”dominanti”. Ne seguono complessi di inferiorità, isolamento, scissione.

Vincent de Gaulejac, “La névrose de classe. Trajectoire sociale et conflits d’identité”, op. cit., p. 251

Nella storia di Ernaux la restaurazione di quei legami vitali per una sana affermazione della propria identità non avviene se non molto avanti nel tempo. Alla rottura del ponte interpersonale fra la scrittrice e la sua famiglia, il suo ambiente, non segue, se non nell’età adulta, quella ricostruzione dei rapporti fondamentale a riequilibrare il processo della crescita. Tutto il cammino per arrivare alla riparazione sarà costellato dalla contraddizione insostenibile e lacerante fra l’odio e l’amore, in una scomoda posizione dell’ “entre deux” che condannerà la scrittrice a fare perennemente i conti con la colpa.

Sono un mostro, se almeno non mi volessero bene (…)

Ingrata che sono (…). No, non li odiavo, me ne vergognavo… Sempre di più. No, non li odiavo, quando tornavo a scuola pensavo a loro che restavano a lavorare tra le casse e i conti, immagini grigie… Mi commuovevo… papà, mamma, i soli che si interessavano a me, non avevo che loro…

Vogliono che io riesca nella vita, desiderano la mia felicità, forse hanno ragione, ma è ancora tutto da venire, sono ancora legata, murata, tanto infelice. Loro non ce l’hanno il diploma, ragione in più per apprezzarli. In futuro li ringrazierò, saprò ripagarli. Mi vengono le lacrime agli occhi, perché poi sono così ingrata, non appena torno a casa tutto svanisce, ricomincio a essere muta… Non poter amare i propri genitori, e non sapere perché, è insopportabile (…).

Odiavo me stessa perché non ero gentile con loro, mi odiavo perché non ero dolce e affettuosa come tutti gli altri figli. Ma certamente sarei sembrata ben strana a fare delle carinerie del tipo Veillées des chaumières[13], e con persone abituate a darsi continuamente dello stronzo. Si, era colpa loro. Avevo quattordici anni e il mondo aveva cessato di appartenermi. Ero estranea ai miei genitori, al mio ambiente, a tal punto da non voler più vedere nulla. I soli momenti che mi legavano ancora a loro erano le esplosioni di odio e i complessi di colpa.”[14]


3.4.Scrivere per espiare, scrivere per vendicare.

“Il senso di colpa è un formidabile motore per la scrittura”[15] dice Jean Genet, autore in violento contrasto con la società del quale Ernaux condivide sia la necessità vitale di scrivere, sia un bisogno di espiare, attraverso la scrittura, la colpa di essere diventata intellettuale par effraction[16], cioè attraverso una violazione.

Genet dice anche che “Scrivere, è forse ciò che ci resta quando veniamo scacciati dall’ambito della parola data”,[17] e anche in questo caso è impossibile non pensare ad Ernaux e al suo scontro con la lingua dei “dominanti”.

In esergo all’opera Il posto, l’autrice riporta un’ulteriore frase di Genet, che è nel contempo una confessione e una dichiarazione di intenti rispetto a ciò che il lettore si appresta a leggere:

“Azzardo una spiegazione: scrivere è l’ultima risorsa quando si ha tradito”.[18]

La colpevole è lei naturalmente, il tradito in questo caso è suo padre, cui il libro è dedicato, e il mezzo per riparare è la scrittura.

Dopo la difficile fase di passaggio all’età adulta, nella sua nuova veste di moglie, madre, insegnante, e soprattutto dopo la separazione fisica dalla casa di origine e dal suo paese, Annie sente l’esigenza di un recupero, di una revisione. I luoghi e le persone, le abitudini e i comportamenti, l’universo esterno e, non da ultimo, quell’imprinting genitoriale da cui ha tentato di affrancarsi a ogni costo una volta giunta alle soglie del nuovo mondo borghese, diventa oggetto di una riflessione più equilibrata e necessaria. Il tempo ha creato la giusta distanza, le parole si sforzano di oggettivare, i toni, rispetto a quelli dei primi libri, si smorzano. Yvetot e il suo mondo di provincia diventano fonte di ispirazione, luogo in cui tornare, nome impronunciabile non più in quanto da dimenticare (come nei testi L’onta o Il posto, dove la città viene nominata solo con l’iniziale Y [18bis]), bensì in quanto sacro, incancellabile, poichè luogo dei “rinnegati” mai dimenticati, luogo, volente o nolente, dell’appartenenza e delle radici:

“luogo della mia memoria più essenziale, quella dei miei anni di infanzia e di formazione…”.[19]

La scrittura in questo senso dunque risponde anche a un bisogno di espiazione, essendo una risorsa per risarcire coloro che sono stati oggetto di tradimento: in libri come Il posto o Una vita di donna, veri e propri monumenti alla memoria dei genitori, Ernaux restituisce alla madre e al padre appunto il loro posto, riscattandoli davanti a sé e al mondo e immortalandoli definitivamente proprio attraverso il mezzo che, davanti al mondo, li aveva screditati.

Ma il progetto di Ernaux va ben oltre le complesse questioni personali e familiari: sensibile e attenta anche a tutto ciò che accade intorno a lei, dalla scomoda posizione dell “entre deux” da cui, tuttavia, gode del vantaggio di una visione molto ampia, la scrittrice esercita la scrittura anche come atto politico, ovvero come strumento di denuncia, di testimonianza e di rivendicazione:

“Sono diventata una borghese, ed è allora che ho cominciato a sapere, con esattezza, quello che voglio scrivere. L’anno successivo è il 68. Leggo Bourdieu due anni dopo. Stavolta, non voglio semplicemente scrivere: voglio scrivere su qualcosa, su quel mondo da dove vengo. All’improvviso posso sperare di «vendicare la mia razza», ecco la materia.”[20]

Denunciare le ingiustizie sociali negli ambiti e nelle situazioni vissute in prima persona – la scuola, il matrimonio, l’aborto ecc. -, questo è il modo per “vendicare la sua razza”, quella dei “dominati”, i deboli per ignoranza, per sesso, per mancanza di mezzi, pur consapevole che il sentimento della colpa, così radicato in lei, non verrà mai meno. 

In questo senso, dunque, dirà:

“Ho la sensazione che scrivere sia quanto di meglio io possa fare, nel mio caso, nella mia posizione di disertrice, come atto politico e come «dono».”[21]



Note

[1]La frase è riportata in un’intervista del 17 aprile 1992 a cura di Gro Lokoy. Testo originale: “La plus grande honte, c’est d’avoir eu honte de mes parents."

[2] Gaulejac Vincent, “La névrose de classe. Trajectoire sociale et conflits d’identité, Hommes et groupes éditeurs”, Paris 1987

[3] Gli armadi vuoti, op. cit., p. 103

[4] L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 57, testo originale: “Je crois que cette culpabilité est définitive (…), elle est à la base de mon écriture (…).”

[5] ibid., p. 32, testo originale: Je crois que tout dans La Place, sa forme, sa voix, son contenu, est né de la douleur. Celle qui m’est venue à l’adolescence lorsque j’ai commencé de m’éloigner de mon père, ancien ouvrier, patron d’un petit café-épicerie. Douleur sans nom, mélange de culpabilité, d’incompréhension et de révolte (pourquoi mon père ne lit il pas, pourquoi a-t-il des «maniere frustes», comme il est écrit dans le romans?). Douleur dont on a honte, qu’on ne peut ni avouer ni expliquer à personne”.

[6] Sull’argomento si legga l’interessante saggio di Claire-Lise Tondeur “Écrire la honte”, in “French Prose 2000”, a cura di Michael Bishop, Christopher Elso, Editions Rodopi BV, Amsterdam 2002, pp. 125/134

[7] L’espressione, qui utilizzata per esprimere la scissione dell’autrice fra i suoi due mondi di appartenenza, riferisce altrove alla natura difficilmente etichettabile dell’opera ernausiana e dunque la questione del genere di appartenenza. (Si vedano in particolare gli atti del convegno:“Annie Ernaux : Une œuvre de l'entre-deux”, organizzato dall’ Université d'Artois, d'Arras(Pas-de-Calais) il 18-19 novembre 2002, pubblicati a cura di Fabrice Thumerel, Arras, Artois Presse Université.

[8] L’onta si apre con una scena traumatica in cui il padre di Annie, in un momento di rabbia, impugna una roncola da legna contro la moglie.

[9] Ernaux lo afferma in occasione della trasmissione “Apostrophes”[9] condotta da Bernard Pivot e consultabile sul sito dell’ Institut National Audiovisuel. Testo originale: “Je n’étais pas une enfant double, j’étais une enfant déchirée (…).”

[10] Si tratta di un compagno di scuola che rappresenta la classe sociale borghese.

[11] Gli armadi vuoti, op. cit., pp. 236/7

[12] ibid., p. 237

[13] Settimanale femminile

[14] Gli armadi vuoti, op. cit., pp 147-152

[15]Ernaux lo cita in L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 57, testo originale: “La culpabilité est un formidabile moteur d’écriture”.

[16] ibid., op. cit., p. 33

[17] L’articolo da cui è tratta la citazione si intitola “Genet de vive voix” e compare in Le Nouvel Observateur il 20 ottobre 1982. Testo originale: “Écrire, c'est peut-être ce qui vous reste quand on est chassé du domaine de la parole donnée.”

[18] ibid., testo originale: “Je hasarde une explication: écrire, c'est le dernier recours quand on a trahi“.

[18bis] cfr L'onta, op. cit., pp. 38, 39 "Nominare questa città - come l'ho fatto in altre occasioni - mi è impossibile in questo libro, in cui essa non è il luogo geografico così come viene segnalato sulle carte geografiche, che si attraversa andando da Rouen a Le Havre in treno o in macchina passando per la nazionale 15. È il luogo d'origine senza nome in cui, ogni volta che vi faccio ritorno, vengo subito colta da un torpore che mi toglie ogni pensiero, quasi ogni ricordo preciso, come se fosse sul punto di inghiottirmi di nuovo."

[19] Retour à Yvetot, Ed. du Mauconduit, Paris 2013, p. 10, testo originale: “lieu de ma mémoire la plus essentielle, celle de mes années d’enfance et de formation…”.

[20] Cfr l’intervista di Grégoire Leménager, “Je voulai venger ma race”, pubblicata in Le Nouvel Observateur, dicembre 2011.

[21]L’écriture comme un couteau, op. cit., p. 57, testo originale: “J’ai l’impression que l’écriture est ce que je peux faire de mieux, dans mon cas, dans ma situation de transfuge, comme acte politique et comme «don».”


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