Capitolo 2


Blanche, o tutto su mia madre

                                    

                                                                                                               

                                                                                                                                          

Mi domando che madri avete avuto.

Se ora vi vedessero al lavoro

in un mondo a loro sconosciuto,
  

presi in un giro mai compiuto

d’esperienze così diverse tra di loro,
  

che sguardo avrebbero negli occhi?


Pier Paolo Pasolini,
Ballata delle madri”, 1962
 

                                                                                  Immagine tratta dall'antologia Écrire la vie

Figura fondamentale nella vita e nell’opera della scrittrice, Ernaux ci racconta tutto di Blanche, sua madre[1], esplicitando di volta in volta la complessità e le fasi del suo rapporto con lei che, per comodità, schematizziamo seguendo l’ordine cronologico dei testi in cui l’autrice ne parla[2]:

 in Les armoires vides il passaggio fra l’amore incondizionato della bambina e la disaffezione della ragazzina che comincia valutare e giudicare: nel disagio della crescita, la protagonista prende la scorciatoia della rivolta contro i genitori, e, nella ribellione tipicamente femminile di chi non vuole essere come la madre da un lato e non sa ancora essere se stessa dall’altro, commette gravi errori;

 in Ce qu’il disent ou rien l’amarezza dell’adolescente davanti all’inconsistenza, ormai, di una relazione ridotta a stupide frasi: all'estremo bisogno di comunicare della figlia fa da contrappunto l’incapacità della madre di rapportarsi con lei, ora che non è più una bambina;

 in La femme gelée la messa a distanza che, attraverso lo sguardo più obiettivo della donna adulta, sposata e ormai fisicamente lontana dalla madre, consente alla protagonista di individuarne anche l’eredità positiva;

 in La honte il recupero oggettivo del passato infamante: con l’atteggiamento dell’etnologo che raccoglie immagini, frasi e situazioni vissute, la scrittrice ripercorre il disagio e la vergogna derivati anche da sua madre e le motivazioni del suo distacco da lei;

 in Une femme il bisogno di ricordare ed espiare: Blanche, morta da poco, viene immortalata nella sua parabola esistenziale, così come il padre in La place qualche anno prima, in una sorta di monumento alla memoria;

 in «Je ne suis pas sortie de ma nuit» l’urgenza di raccontare le terribili fasi della malattia, il morbo di Alzheimer, fino alla morte di Blanche, e di tenerne poi vivo il ricordo attraverso la scrittura;

 in L’autre fille la denuncia, a distanza di sessant’anni, della grossolana insensibilità della madre, in questo caso più che in altri particolarmente traumatica per la scrittrice[3].

Quale che sia l’angolatura da cui ce la presenta o il momento della vita in cui ne scrive[4], nei confronti della madre Ernaux si sente perennemente scissa, oscillante fra due realtà antitetiche e incompatibili. Per Annie adolescente e giovane donna non è concepibile differenziarsi dalla madre continuando il legame con lei (questione affrontata dal femminismo, cui Ernaux si avvicinerà più tardi): solo da adulta la scrittrice riuscirà ad attribuire alla normale fisiologia della relazione madre–figlia la difficoltà del loro rapporto.

“Di nuovo ci rivolgevamo la parola in quel particolare tono fatto di irritazione e di perpetuo risentimento che faceva sempre pensare, a torto, che stessimo litigando e che riconoscerei, tra madre e figlia, in qualsiasi lingua”.[5]

Fino ad allora, l’inconciliabilità e il conflitto sono motivo di dolore e angoscianti sensi di colpa, ed è a questa situazione che la scrittrice si riferisce citando Hegel in esergo al libro Una vita di donna:

“È un errore sostenere che la contraddizione sia incomprensibile, perché proprio nel dolore del vivente essa ha la sua esistenza reale.”

La contraddictio come regula veri è un concetto chiave della dialettica hegeliana. Tutte le cose sono in se stesse contraddittorie, e la contraddizione, il momento negativo della realtà, è il passaggio attraverso cui la ragione deve procedere per pervenire alla verità stessa.

Ma qual è la verità?

La verità è che Annie Ernaux ha amato/odiato/amato sua madre di un sentimento viscerale. La scrittrice lo rivela a settantun anni, nella spontaneità di un’intervista[6] in cui spiega lo sfacelo che la morte di Blanche ha rappresentato per lei: una mutilazione del corpo, la perdita del modello femminile, la disintegrazione di tutto un sistema di regole e norme, poiché la madre “era la legge”, come lo è quel Dio con cui Annie ha tagliato i ponti da tempo:

“Mia madre, perderla, significa veramente perdere qualcosa di immenso, il suo corpo. Significa perdere una forma del proprio doppio, ciò che lei era in quanto donna prima di me, e questo vale su tutti i piani, un piano carnale, il piano della legge – mia madre era la legge: ciò che si deve e ciò che non si deve fare, lei era come Dio. Lei è morta, anche Dio è morto”[7].

Il processo che porta Annie alla consapevolezza di questo amore è lungo e non necessariamente risolutivo. Il mezzo che le consente di elaborare, comprendere e dare senso a tutto il suo dolore è la scrittura: attraverso essa Ernaux ha amato, rinnegato, ucciso, espiato le colpe. Infine, ha rimesso al mondo sua madre.

...

2.1. La grande madre

Nello straordinario incipit del romanzo La femme gelée, Blanche è introdotta dopo un lungo excursus nel quale prende forma per esclusione rispetto alle

“donne fragili e vaporose, fate dalle mani delicate, folletti della casa che silenziosamente generano l’ordine e la bellezza, donne senza voce, sottomesse, per quanto io mi sforzi di cercare, non ne vedo molte nel paesaggio della mia infanzia.” [8]

La madre di Annie Ernaux viene da una tradizione familiare ben diversa: nel suo albero genealogico “nessuna donna di casa, nient’altro che donne nate per star fuori”[9], a lavorare nei campi o in fabbrica come degli uomini fin dall’età di dodici anni. Donne dalla voce forte e dai corpi sgraziati. Donne di poche parole.

Blanche però le supera tutte, e la figlia adulta, che ne riconosce finalmente anche le qualità, ce la presenta così:

“Lei è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità delle cose, guida che mi apre l’avvenire e che mi dice che non si deve mai avere paura di niente e di nessuno. Una lottatrice contro tutto (...).”[10]

E ancora:

“La prima eco del mondo mi è giunta attraverso mia madre.”[11]

Blanche appare come una donna forte, abituata ai lavori di fatica, buona e premurosa ma facile all’ira, pronta a scaraventare un posacenere fuori dalla finestra o, peggio, a sommergere la figlia di insulti e improperi quando disattende le sue aspettative, con quella voce profonda che le nasce nella gola[12]. Timorata di Dio, va a messa quasi ogni giorno, santifica le feste, non mangia carne il venerdì e partecipa alle processioni portando con sè la piccola Annie, che la segue piena di entusiasmo (“Mi faceva balenare il piacere di una processione o di una visita a Notre-Dame-de-Bon-secours come se si trattasse di una passeggiata nel bosco.)[13]. Assieme, recitano ogni sera le orazioni, le stesse che Annie ripete ogni santa mattina a scuola impastandosi di istruzione e religione dalla testa ai piedi. Per Blanche infatti “la religione fa parte di tutto quello che è elevato, il sapere, la cultura, la buona educazione. L’elevatezza, in mancanza dell’istruzione, comincia frequentando la messa, ascoltando la predica, è un modo di aprirsi la mente[14], tuttavia, e in questo la scrittrice adulta riconosce un aspetto positivo, essa “deve restare un coadiuvante dell’istruzione, non sostituirsi ad essa”[15].

Possiamo dunque immaginare la madre-generatrice come una sorta di reincarnazione del mito della Grande Madre dalle forme rotonde e accoglienti, autorevole come la legge, confortante come la religione. Una certezza, un rifugio, una fonte di rassicurazione che Annie bambina adora anche in quanto simbolo dell’abbondanza, da lei incarnata sia fisicamente, sia per il suo ruolo di “patronne”, padrona di quel negozio di generi alimentari in cui si può trovare perennemente ogni ben di dio.

Venere di Willendorf

“Intorno a lei c’è un odore di dolciumi, di saponette Cadum, di vino inacidito a forza di spostare le bottiglie negli scaffali. Giunonica com’è, si direbbe che la sedia è troppo piccola. Ottanta chili sulla bilancia della farmacia. Io la trovavo splendida. Non li consideravo affatto quei grissini delle riviste con i loro capelli lisci, il ventre piatto, il seno appena accennato. In lei era l’esplosione della carne a sembrarmi bella, quel sedere, le tette, braccia e gambe pronte a scoppiare negli abiti che si spiegazzavano, salivano, si spaccavano, si strappavano sotto le ascelle. Quando stava seduta le si vedevano le mutande, quella strada misteriosa che sale verso le tenebre”[16].

Blanche è quindi il modello femminile in cui la figlia bambina si riconosce e che venera. Madre che nutre, che protegge, che educa, madre che organizza e dispone e, non da ultimo, madre che sostiene l’importanza dello studio e che stimola la fantasia e l’immaginazione. È infatti una grande lettrice, fra le altre cose, e in casa sua non mancano riviste femminili e romanzi, quelli rosa in particolare, che Annie sfoglia con curiosità e con quel naturale desiderio di emulazione tipico delle bambine.

“Io non potrei desiderare una madre che non avesse avuto quell’espressione di piacere davanti a un giornale e a un libro… Lei mi diceva, gli occhi scintillanti, «è bene avere dell’immaginazione», preferiva vedermi leggere, parlare da sola mentre giocavo, scrivere delle storie nei miei quaderni dell’anno precedente piuttosto che riordinare la mia stanza e ricamare un centrino all’infinito. E mi ricordo di quelle letture che lei ha incoraggiato come fossero un’apertura sul mondo”[17].

Il rapporto è sereno, minacciato solo dai momenti in cui i modi bruschi di Blanche hanno il sopravvento, ma è sufficiente infilare complici le dita dentro un vaso di cose buone da mangiare per consolarsi:

“…e poi la pace, il barattolo di caramelle color papavero che lasciano la lingua scarlatta, la grande scatola di biscotti sfusi dove andiamo a spiluccare entrambe per consolarci del suo carattere”[18].


2.2. Madre traditrice

“La maledizione dei bambini, è che loro ci credono”, dice Flannery O’ Connor citata in esergo a L’autre fille.[19]

Questo libriccino, scritto quando Ernaux ha settant’anni in forma di lettera alla sorella mai conosciuta,[20]è soprattutto un pretesto per riparlare della madre, morta da tempo.

La scrittrice, sollecitata dall’editore a scrivere una lettera inedita, sceglie un interlocutore assente, la sorella morta appunto, con la quale fra le altre cose cerca di condividere il dolore del suo problematico rapporto con Blanche, quel continuo scontro che

“non ha mai avuto tregua tranne alla fine, quando, era così miserabile, così perduta nella sua follia e non volevo che morisse”[21].

È straordinario come, a distanza di tanto tempo, riaffiori ancora un rancore fortissimo, al punto che, rivolgendosi a Blanche, in questo testo Ernaux non usa mai la parola “mère”, bensì il pronome “elle"[22].

La distanza, il distacco e il risentimento sono la reazione della scrittrice alla sofferenza di allora e di oggi per essere stata ingannata, tradita. Per proteggerla infatti, per timore di turbarla, la madre le ha nascosto una verità molto importante: prima di lei c’era stata un’altra figlia. Il modo in cui Annie apprenderà la notizia, origliando per caso le confidenze fra Blanche e una cliente, sarà traumatico e definitivamente lesivo rispetto alla sua serenità di bambina. Lo sconvolgimento di cui resterà a lungo vittima, sarà dovuto non tanto all’idea della sorella morta, quanto al dubbio, inestirpabile da un certo momento in poi, di essere venuta al mondo non per amore, bensì per la necessità di sostituire qualcuno. Su ogni screzio, su ogni futuro litigio con la madre, peserà ora anche l’ombra del tradimento, che si interporrà fra le due donne come una barriera invisibile ma presente – non parleranno mai più dell’argomento, nemmeno quando Annie sarà adulta-, a compromettere ogni possibilità di riavvicinamento. Nell’accingersi a narrare tutto questo, Ernaux dice di non ricordare con esattezza le parole ascoltate, bensì

“solo il contenuto e le frasi che hanno attraversato tutti gli anni fino a oggi e che si sono propagate in un istante sulla mia esistenza di bambina come una fiamma muta e senza calore, mentre io continuavo a danzare e volteggiarle vicino, con la testa abbassata per non destare alcun sospetto. (…)”.

“Lei dice che oltre a me hanno avuto un’altra figlia, morta di difterite a sei anni, prima della guerra, a Lillebonne. Lei descrive quella pelle nella gola, il soffocamento. Lei dice è morta come una piccola santa

lei riporta le parole che le hai detto prima di morire: vedrò la Santa Vergine ed il buon Gesù

lei dice mio marito è impazzito quando ti ha trovata morta al suo rientro dal lavoro alle raffinerie di Port-Jérôme

lei dice non è la stessa cosa perdere il proprio compagno

lei dice di me lei non sa niente, non abbiamo voluto rattristarla

Alla fine, lei dice di te lei era più gentile di quella là.

Quella là, sono io“.[23]

Ginette Duchesne a Lillebonne, Immagine tratta dall'antologia Écrire la vie

In cerca del termine adatto per esprimere come si sia sentita nel momento della terribile scoperta Ernaux afferma:

“la parola che sento come la più adatta, inconfutabile, è raggirata (…). Avevo vissuto nell’illusione. Non ero unica. Ce n’era un’altra spuntata dal nulla. Tutto l’amore che credevo di ricevere, dunque, era falso.”[24]

Blanche appare quindi con un volto diverso e terribile, quello dell’inganno. La madre che nasconde, che non dice (“Tra lei e me è una questione di parole”[25]), non è più affidabile nè credibile. Da questo momento dunque non rappresenta più la legge indiscussa da assumere tale quale, ma diventa addirittura estranea, diventa “elle”, qualcuno da guardare a distanza, da scrutare con sospetto.

Lo sguardo innocente dell’ ingenuità si trasforma nello sguardo diffidente dell’esperienza: la percezione della madre è sovvertita, e presto la figlia ne farà il suo bersaglio mortale, tanto più quando al suo sguardo pieno di rancore si aggiungerà quello della scuola privata, delle istitutrici, delle compagne borghesi. La madre, messa in discussione, catalizza ora tutto ciò da cui la figlia vuole prendere distanza, essendo un modello nel quale Annie non solo ha cessato di identificarsi, ma che non la rappresenta affatto e di cui, addirittura, si vergogna.

“La domenica successiva, il 22 giugno, ho partecipato come l’anno precedente alla festa della Gioventù delle scuole cristiane, a Rouen. Il pullman ha ricondotto a casa le allieve, a notte fonda. La signorina L. si è incaricata di riaccompagnare le ragazze in una zona che comprendeva anche il mio quartiere. Era circa l’una del mattino. Ho bussato all’anta della porta della bottega. Dopo un intervallo di tempo abbastanza lungo, si è accesa la luce elettrica, e mia madre è comparsa nell’alone di luce che veniva dall’uscio, con i capelli ispidi, ammutolita dal sonno, in una camicia da notte sgualcita e macchiata (ci si asciugava con la camicia, dopo aver urinato). La signorina L. e le allieve, due o tre, hanno smesso di parlare. Mia madre ha farfugliato un buona sera a cui nessuno ha risposto. Mi sono precipitata nel negozio per far cessare quella scena. Avevo appena visto, per la prima volta, mia madre con lo sguardo della scuola privata. (…) Era come se attraverso l’esposizione del corpo di mia madre senza il bustino rilasciato, e della sua camicia da notte poco pulita, si fossero rivelati la nostra vera natura e il nostro modo di vivere.”[26]

Blanche appare adesso in tutti i suoi limiti sociali, culturali, estetici persino, e, nel processo di auto-individuazione come donna, ad Annie non resta che rinnegarla, uccidendola simbolicamente.


3.3. Madre castratrice

“Non le piaceva vedermi crescere. Quando mi guardava nuda, sembrava disgustata. Probabilmente il seno, i fianchi, rappresentavano per lei una minaccia, che cominciassi a pensare ai ragazzi e trascurassi lo studio. Cercava di farmi rimanere bambina, dicendo che avevo tredici anni una settimana prima che ne compissi quattordici, facendomi portare gonne a pieghe, calzini e scarpe basse. Fino ai diciott’anni, i nostri litigi hanno riguardato quasi sempre la proibizione di uscire, la scelta dei vestiti (…). Si infuriava in maniera apparentemente assurda, dato il motivo: “non penserai mica di uscire conciata in quel modo?” (per via del vestito o della pettinatura) che a me invece sembrava normale.”[27]

Blanche non vuole che Annie diventi donna, rifiuta il suo corpo in evoluzione, la sua sessualità, al punto che Annie non ha il coraggio di parlare con lei di certi argomenti.

“L’angoscia, quando è venuto il momento, di confessarle che avevo le mestruazioni, di pronunciare per la prima volta davanti a lei quella parola, e il suo rossore nel porgermi un pannolino, senza neppure spiegarmi come metterlo.”[28]

                         Immagine tratta dall'antologia Écrire la vie

Nella mentalità di Blanche, del resto, la libertà è sinonimo di perdizione, la curiosità “considerata già quasi come un vizio.”[29] Sotto il peso di queste premesse, il rapporto finisce presto in un vicolo cieco, fatto di frasi dette automaticamente, sterili scambi formulati giusto per tenere un filo, una porta aperta:

“…hai dormito bene, pioverà anche oggi (…). Cosa hai intenzione dei fare stamattina, ah! bene, hai messo il reggiseno nella biancheria sporca, così oggi lo lavo e lo asciugo…”[30].

Ernaux adulta ripercorre quel momento della relazione con la madre, i suoi divieti, le sue paure, gli spauracchi con cui l’ha perseguitata (“se ti capita una disgrazia”, “la vita ti raddrizzerà” ecc), e non senza amarezza dice:

“Quando ci ripenso, sento lo stesso scoraggiamento che provavo a sedici anni, e, per un istante, confondo la donna che ha contato di più nella mia vita con quelle madri africane che tengono strette dietro la schiena le braccia della loro bambina, mentre la mammana taglia il clitoride.”[31]

La separazione passa dunque dal corpo, dalla non accettazione da parte della madre del passaggio dal corpo della bambina al corpo della donna. Ma anche su altri piani, quello culturale in particolare, l’allontanamento è inesorabile. Blanche, che ha incoraggiato la figlia alla lettura[32] prima e allo studio poi, appartiene a un’altra generazione, e sia per i limiti della sua istruzione, sia per la natura pratica che la porta all’azione più che alla riflessione, rimane spettatrice rispetto all’universo della letteratura cui Annie approda con tutti i crismi e del quale, invece, lei continua ad avere un’idea ingenua, vagheggiante, veicolata da feuilleton e romanzi d’amore.

“E scoprivo che tra il desiderio di diventare colte ed esserlo c’era un abisso. Mia madre doveva cercare sul dizionario chi era Van Gogh, dei grandi scrittori conosceva solo il nome. Non sapeva in cosa consistessero i miei studi. L’avevo troppo ammirata per non rinfacciarle, più che a mio padre, di non seguirmi, di lasciarmi in balia di me stessa nel mondo della scuola e delle amiche con salotto-biblioteca, dandomi per tutto bagaglio la sua inquietudine, la sua diffidenza, “da chi sei stata, hai studiato, almeno?”[33]

Annie ora vede in sua madre solo limiti e aspetti negativi, e accingendosi a migrare verso il mondo intellettuale e borghese, nella conquista della propria libertà e nella ricerca della propria identità, farà tutto quello che lei le aveva proibito (“Lontana dal suo sguardo, mi sono buttata a capofitto in quello che mi aveva proibito.”[34])

Solo il distacco fisico metterà fine agli attriti e rinormalizzerà il rapporto. Ripercorrendolo da adulta attraverso la scrittura, Ernaux si renderà conto di come tutta la diffidenza e l’ ostinata tenacia della madre nel frenarla su ogni fronte fosse, semplicemente, un immenso amore condizionato dalla paura.

“Non vedevo l’ora di andarmene. Mi ha lasciato frequentare il liceo a Rouen e poi partire per Londra. Disposta a qualunque sacrificio per darmi una vita migliore della sua, anche al più grande, separarsi da me.”[35]


2.3. Madre bambina, o il diario della tenerezza

Negli anni '80, durante le sue visite alla madre dall'Alta Savoia dove vive con la sua nuova famiglia, Annie Ernaux si rende conto che lo stato mentale di Blanche, progressivamente, si sta deteriorando. Decide così di portarla con sè nella sua casa di Annecy, nella speranza che, circondata dall'affetto dei nipoti Eric e David, possa riprendersi. La sua salute tuttavia peggiora, fino a quando i medici le diagnosticano il morbo di Alzheimer e la figlia è costretta a farla ricoverare in ospedale.

“Non riconosceva più i luoghi e le persone, i miei figli, il mio ex marito, neppure me. Percorreva la casa in lungo e in largo, come smarrita, o rimaneva seduta per ore sui gradini della scala, in corridoio.”[36]

Il rapporto con lei si capovolge ancora una volta, e la scrittrice sperimenta un sentimento che la pervade completamente, la pietas: se la malattia trasforma la madre, essa trasforma altrettanto la figlia, soggiogata da una tenerezza mai conosciuta prima. Dopo il ricovero in ospedale, Ernaux  osserva quotidianamente i gesti assurdi di Blanche, ne ascolta le frasi senza capo né coda, assiste all’ abbrutimento del suo corpo, allo smarrimento della sua mente. La pena è indicibile, al punto che, al rientro da ogni visita, sente il bisogno di restare idealmente con lei attraverso la scrittura. Annoterà tutto su un diario, che pubblicherà anni dopo con il titolo di «Non sono ancora uscita dalla mia notte», tratto da una frase che Blanche aveva scritto in una lettera a un’amica in un momento di lucidità.

“… tornata a casa sentivo la necessità imperiosa di scrivere su di lei, le sue parole, il suo corpo, che percepivo sempre più vicino al mio. Scrivevo in fretta, spinta dalla violenza delle sensazioni, senza riflettere né tentare di mettere ordine in ciò che provavo. Ovunque, incessantemente, rivedevo l’immagine di mia madre in quel luogo.”[37]

L’ossessione della figlia è legata al dolore di una doppia perdita. Da un lato quella reale:

“Ho paura che muoia. La preferisco pazza piuttosto[38]”,

dall’altro quella legata all’identità di Blanche, che, progressivamente, da madre diventa bambina.

Inizialmente Ernaux non sopporta la sua regressione (“Non volevo che ritornasse bambina, non ne aveva il «diritto»”[39], oppure: “Tutto è capovolto, ora lei è la mia bambina. Ma io non POSSO essere sua madre”[40]), ma poi, costretta dalla realtà, si prende cura di lei e del suo corpo come la più premurosa e dolce delle madri. Nel contempo, continua ad annotare tutto nel suo diario:

"Stamattina si è alzata e ha sussurrato con un filo di voce: «ho fatto la pipi a letto, mi è scappata». Le parole che dicevo quando mi capitava di farmela addosso, da piccola.” (Pp. 19,20)

“L’ho spogliata per cambiarla. Il suo corpo era bianco e molle. Poi, ho pianto.” (P. 20)

“Era tornata bambina. Ma una bambina che non sarebbe mai diventata grande. Ogni volta provavo il desiderio di nutrirla, tagliarle le unghie, pettinarla.” (Pp. 101,102)

Le posizioni dunque si invertono, la narratrice si rassegna a perdere il suo ruolo di figlia e diventa madre della madre-bambina.


3.4. Scrivere per mettere al mondo

“Mia madre è morta lunedì 7 aprile, nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo messa due anni prima. L’infermiere ha detto al telefono: «sua madre è spirata stamani, subito dopo la colazione». Erano circa le dieci.”[41]

Dopo tre anni di malattia, la madre-bambina muore, ed è con l’annuncio della sua morte[42] che inizia Una vita di donna, il libro che consacra la madre di Ernaux all’immortalità, il “monumento a Blanche”.

Come il padre in Il posto, anche la madre trova nell’opera a lei dedicata il suo riscatto, la sua collocazione nella vita della figlia divenuta scrittrice e, indirettamente, nella storia della letteratura, diventando un personaggio indelebile nell’immaginario di tutti coloro che, secondo la volontà di Ernaux, in lei riconoscono semplicemente la parabola esistenziale di “una donna” (e in questo senso il titolo francese del libro, Une femme è ben più efficace di quello scelto nella traduzione italiana).

La scrittura, che in un frammento di diario riportato all’inizio dell’antologia Écrire la vie Ernaux riconosce come eredità venutale proprio dalla madre (“La scrittura mi viene da lei, che non ha mai scritto”)[43], in questo caso più che mai va oltre l’ atto ermeneutico, ossia di interpretazione della realtà, facendosi atto creativo:

“Adesso mi sembra di scrivere su mia madre per poter, a mia volta, metterla al mondo.”[44]

Il cerchio dunque si chiude. La narratrice che ha accettato di perdere il suo ruolo di figlia diventando madre della madre-bambina, ora si serve del mezzo che le è stato donato, la scrittura, per mettere al mondo la madre, rendendola immortale.

“È morta otto giorni prima di Simone de Beauvoir. Le piaceva dare più che ricevere. Scrivere, è una maniera, credo, di dare.”[45]



Note 

[1]Per un approfondimento del tema del “récit de filiation” si suggerisce la lettura dell’interessante analisi comparata “La relation fille/mère: procédés de narration dans quelques autobiographies contemporaines. Colette – Sarraute – Ernaux”, di Emmanuelle Kieffer-Huittinen consultabile on line qui

[2] I titoli vengono citati qui nella versione francese per ragioni di uniformità.

[3]Si tratta di una vicenda che risale all’infanzia di Ernaux: la madre, parlando con una cliente, si lascia scappare che, prima di Annie, era nata un’altra bambina, Ginette, morta nel 1938 per difterite. Annie, che stava giocando in cortile, sente tutto.

[4] Blanche è anche la protagonista di due toccanti testi pubblicati nell’antologia Écrire la vie, ovvero Retours e Visite, comparsi rispettivamente nell’aprile 1985 su L’autre Journal e nel novembre 1984 su Le Figaro.

[5] Una vita di donna, op. cit., p. 54

[6] Passion amoureuse et révolte politique, cela va de pair“, di Blandine Grosjean, in Le nouvel Observateur, 15 febbraio 2011 (l’intervista si può leggere qui)

[7]ibid., testo originale: “Ma mère, la perdre, c’est vraiment perdre quelque chose d’immense, son corps. C’est perdre une forme de double de soi, celle qui était en tant que femme avant moi, et ça se joue sur tous les plans, un plan charnel, le plan de la loi – ma mère était la loi : ce qu’il faut faire et pas faire, elle était comme Dieu. Elle est morte, Dieu est mort aussi.”

[8] La femme gelée, op. cit., p. 325, testo originale: “Femmes fragiles et vaporeuses, fées aux mains douces, petits souffles de la maison qui font naître silencieusement l’ordre et la beauté, femmes sans voix, soumises, j’ai beau chercher, je n’en vois pas beaucoup dans le paysage de mon enfance.”

[9] ibid., p. 328, testo originale: “pas de femmes d’intérieur, rien que des femmes du dehors”

[10] ibid., p. 329, testo originale: “Elle est la force et la tempête, mais aussi la beauté, la curiosité des choses, figure de proue qui m’ouvre l’avenir et m’affirme qu’il ne faut jamais avoir peur de rien ni de personne. Une lutteuse contre tout…”

[11]ibid., p. 332, testo originale: “Le premièr écho du monde est venu à moi par ma mère.”

[12] ibid., op. cit., p. 331, testo originale: “Elle, cette voix profonde que j’écoutais naître dans sa gorge.”

[13] L’onta, op. cit., p. 94

[14] ibid., p. 95.

[15] ibid., p. 96

[16]Gli armadi vuoti, op. cit., p. 27

[17]La femme gelée, op. cit., p. 336, testo originale: “Moi je ne peux pas me souhaiter une mère qui n’aurait pas eu ce visage de plaisir devant les journaux et les livres… Elle me disait, les yeux brillants, «c’est bien d’avoir de l’imagination», elle préférait me voir lire, parler toute seule dans mes jeux, écrire des histoires dans mes cahiers de classse de l’année d’avant plutôt que ranger ma chambre et broder interminablement un napperon. Et je me souviens de ces lectures qu’elle a favorisées comme d’une ouverture sur le monde.”

[18]ibid., p 331, testo originale: “Et puis la paix, le bocal de bonbons coquelicot qui laissent la langue écarlate, la grande boîte de biscuits au détail où nous allions piocher toutes les deux pour nous consoler de son caractère”.

[19]L’autre fille, NiL éditions, Paris 2011, testo originale: “La malédiction des enfants, c’est qu’ils croient”.

[20]Ginette, morta di difterite a sei anni e mezzo, due anni prima della nascita di Annie.

[21] ibid., p. 40, testo originale: “…le combat n’a jamais cessé, sauf à la fin, quand elle était si misérable, si perdue dans sa déraison et que je ne volai pas qu’elle meure”.

[22] Per questa ragione, anche se nella lingua italiana il pronome “lei” non è obbligatorio come nella lingua francese, si è preferito mantenerlo lungo tutto il passo in cui Ernaux riporta la scena.

[23] ibid., op. cit., p. 15,16, testo originale: “… seulement sa teneur et les phrases qui ont traversé toutes les années jusqu’à aujourd’hui, se sont propagées en un instant sur toute ma vie d’enfant comme une flamme muette et sans chaleur, tandis que je continuais de danser et de tournoyer à côté d’elle, tête baissée pour n’éveiller aucun soupçon (…)”.

“Elle raconte qu’ils ont eu une autre fille que moi et qu’elle est morte de la diphtérie à six ans, avant la guerre, à Lillebonne. Elle décrit les peaux dans la gorge, l’étouffement. Elle dit: elle est morte comme une petite sainte

elle rapporte les paroles que tu lui as dites avant de mourir: je vais aller voir la sainte Vierge et le bon Jésus

elle dit mon mari était fou quand il t’a trouvée morte en rentrant de son travail aux raffineries de Port-Jérôme

elle dit c’est pas pareil de perdre son compagnon

elle dit de moi elle ne sait rien, on n’a pas voulu l’attrister

À la fin, elle dit de toi elle était plus gentille que celle-là

Celle-là, c’est moi.”

[24] ibid., op. cit., p. 22, testo originale: “…le mot qui me vient comme le plus juste, irréfutable, c’est dupe (…). J’avais vécu dans l’illusion. Je n’étais pas unique. Il y en avait une autre surgie du néant. Tout l’amour que je croyais recevoir était donc faux.”

[25] ibid., op. cit., p. 40, testo originale: “Entre elle et moi c’est une question de mots”.

[26]L’onta, op. cit., p. 104

[27] Una vita di donna, op. cit., p. 42

[28]idem

[29] idem

[30]Ce qu’ils disent ou rien, Gallimard, Paris 1977, pp. 28-9, testo originale: “… t'as bien dormi, il va encore pleuvoir aujourd'hui (…)”. “ Tu vas faire quoi ce matin, ah! bon, tu as mis au sale ton soutien-gorge que je le lave et le sèche aujourd'hui…”.

[31]Una vita di donna, op. cit., p. 43

[32] I primi romanzi che aprono ad Annie il mondo della lettura si trovano in casa, l’autrice ne racconta in una bella pagina di Una vita di donna, op. cit., p. 28 e in La femme gelée, op. cit., p. 335.

[33]Una vita di donna, op.cit., p. 44

[34] ibid., p. 45

[35] idem

[36]«Je ne suis pas sortie de ma nuit», Gallimard, Paris 1996, qui consultato nella traduzione di Orietta Orel «Non sono più uscita dalla mia notte», Rizzoli, Milano 1998, p. 8

[37]ibid., p. 9

[38]ibid., p. 19

[39]Gli armadi vuoti, op. cit., p. 65

[40]«Non sono ancora uscita dalla mia notte», op. cit., p. 28

[41] Una vita di donna, op. cit., p. 7

[42] L’incipit ricorda quello di Camus in Lo straniero: “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: «Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti»."

[43] Écrire la vie, op. cit, p. 74, testo originale: “L’ècriture me vient d’elle, qui n’a jamais écrit”.

[44] Una vita di donna, op. cit., p. 29

[45] ibid., p. 74 

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